
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta esaminando una serie di scenari militari contro l’Iran proposti dal Pentagono, ma continua a mantenere aperta la porta a una soluzione diplomatica. Secondo quanto emerge, accanto alle ipotesi di attacco restano centrali anche i negoziati con Teheran, in un equilibrio delicato tra pressione militare e tentativi di mediazione.
La morsa di Washington sull’Iran torna a stringersi con una nuova e durissima offensiva economica firmata dal Dipartimento del Tesoro. Nel mirino dell’amministrazione sono finiti figure chiave come il ministro dell’interno Eskandar Momeni e diversi comandanti delle Guardie Rivoluzionarie, oltre alle società di servizi finanziari Zedcex Exhange e Zedxion Exchange, accusate di agevolare l’elusione delle restrizioni internazionali. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha usato toni perentori per descrivere la condotta di Teheran, affermando che «invece di costruire un Iran prospero, il regime ha scelto di sperperare ciò che resta delle entrate petrolifere della nazione nello sviluppo di armi nucleari, missili e proxy terroristici in tutto il mondo». Bessent ha inoltre sottolineato la vicinanza della Casa Bianca ai cittadini iraniani, ribadendo che «il presidente Trump è al fianco del popolo iraniano e ha ordinato al Tesoro di sanzionare membri del regime». L’azione statunitense mira a colpire anche lo sfruttamento degli asset digitali per scopi illeciti e il presunto drenaggio di capitali verso l’estero da parte dei vertici del Paese. Con un’immagine vivida e sprezzante, il Segretario ha paragonato i membri del regime a «topi su una nave che affonda», che starebbero trasferendo «freneticamente fondi rubati alle famiglie iraniane verso banche e istituzioni finanziarie in tutto il mondo», assicurando infine che «il Tesoro agirà» per fermarli.
Le opzioni del Pentagono: raid, forze speciali e siti nucleari
Tra le proposte presentate a Trump figura una lista ampliata di possibili interventi, che comprende raid aerei, incursioni di truppe statunitensi e un’intensificazione degli attacchi contro le strutture nucleari e missilistiche iraniane.
Uno degli scenari più rischiosi prevede il dispiegamento segreto delle forze speciali americane con l’obiettivo di distruggere o disattivare i siti nucleari iraniani rimasti intatti dopo gli attacchi statunitensi del giugno 2025. Un’altra ipotesi allo studio riguarda una serie di operazioni mirate contro infrastrutture legate direttamente alla leadership iraniana, pensate per generare instabilità interna e favorire un possibile cambio di potere.
Parallelamente, Israele starebbe spingendo Washington a colpire anche le strutture collegate al programma missilistico iraniano, considerate una minaccia strategica crescente nella regione.
Trump non decide e punta ancora sul dialogo
Nonostante il ventaglio di opzioni militari, il presidente americano non ha ancora scelto alcuna delle soluzioni proposte dal Pentagono. Fonti vicine all’amministrazione sottolineano come Trump continui a preferire un approccio diplomatico, utilizzando la pressione militare anche come leva per riportare l’Iran al tavolo delle trattative.
Le minacce pubbliche, spiegano alcuni funzionari, avrebbero proprio lo scopo di forzare Teheran a negoziare, più che di anticipare un intervento immediato.
Le dichiarazioni del presidente e l’ombra di nuovi attacchi
Nei giorni scorsi Trump aveva parlato apertamente di una “imponente armata” diretta verso l’Iran, ribadendo però la speranza di raggiungere un accordo “giusto ed equo” che comporti la rinuncia completa alle armi nucleari da parte della Repubblica islamica.
Il presidente ha ricordato gli attacchi statunitensi condotti sugli impianti nucleari iraniani nel giugno scorso, nell’operazione denominata “Midnight Hammer”, avvertendo che un eventuale nuovo intervento sarebbe “molto peggiore”. Un messaggio accompagnato dall’invito a evitare un’ulteriore escalation, pur mantenendo alta la pressione su Teheran.
In questo contesto, Washington continua a muoversi su un doppio binario: da un lato la preparazione militare, dall’altro il tentativo di costruire uno spazio per il dialogo, mentre la crisi con l’Iran resta uno dei dossier più delicati sul tavolo della Casa Bianca.


