
C’è un riflesso che ormai si ripete con una regolarità quasi automatica: davanti alla violenza contro i poliziotti, una parte della sinistra riesce sempre a spostare il baricentro del discorso. Non sull’aggressione, non sulla sua gravità democratica, non sulla responsabilità politica di chi trasforma una piazza in un campo di battaglia. Ma sulla strumentalizzazione. Come se il vero rischio non fossero i martelli, le spranghe, i volti coperti, ma le frasi pronunciate il giorno dopo.
Le parole di Elly Schlein sugli scontri di Torino legati ad Askatasuna si collocano esattamente in questo schema. “Non si strumentalizzi”, “le istituzioni devono unire”, “le forze dell’ordine non sono una questione di parte”. Tutte affermazioni formalmente corrette, ma politicamente rivelatrici. Perché ciò che colpisce non è quello che viene detto, ma quello che viene messo al centro: non la violenza, bensì il modo in cui se ne parla.
È qui che si consuma il cortocircuito. Quando la cautela istituzionale diventa una forma di rimozione, quando l’urgenza morale si sposta dall’aggressione subita dagli agenti al rischio che qualcuno possa “approfittarne” nel dibattito pubblico. In questo ribaltamento, la parola strumentalizzazione funziona come un anestetico: attenua la realtà, la rende secondaria, quasi imbarazzante. Il problema non è più chi colpisce un poliziotto, ma chi osa chiamare quel colpo con il suo nome.
Dire che le forze dell’ordine non sono una questione di parte è sacrosanto. Ma allora bisogna avere il coraggio di trarne le conseguenze fino in fondo. Se non sono di parte, non può esserlo neppure la loro difesa. Non può essere subordinata agli equilibri interni, alle sensibilità di area, al timore di incrinare un fronte politico già fragile. La condanna deve essere netta, prioritaria, senza subordinate. Senza “però”, senza avverbi cautelativi, senza telefonate riparatorie.
Altrimenti accade ciò che accade sempre: la violenza diventa un dettaglio di contesto, mentre il dibattito si accende su chi la commenta. Un rovesciamento sottile ma devastante, che manda un messaggio chiarissimo: il vero problema non è l’attacco allo Stato, ma la sua narrazione. È una scelta politica, non un inciampo comunicativo.
Le istituzioni uniscono solo se sanno guardare la realtà senza filtri. E la realtà di Torino non è stata una polemica. È stata violenza politica organizzata. Tutto il resto, a partire dalla paura di essere accusati di strumentalizzare, è una distrazione. E questa volta, più che un riflesso maldestro, assomiglia molto a una linea.


