
Una ferita aperta nel cuore dell’Europa, un viaggio disperato attraverso tre nazioni e un epilogo che ha lasciato solo cenere e interrogativi. Sono trascorsi quindici anni da quando le piccole Alessia e Livia Schepp, gemelle di appena 6 anni, sono svanite nel nulla, inghiottite da un disegno oscuro pianificato dal padre, Mathias Kaspar Schepp. Quella che sembrava una normale gestione post-separazione si è trasformata in uno dei casi di cronaca nera più inquietanti e dolorosi degli ultimi decenni, un dramma che unisce la Svizzera, la Francia e l’Italia in un unico, tragico percorso.
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Le origini della tragedia a Saint-Sulpice
Tutto ha inizio in Svizzera, a Saint-Sulpice, dove la famiglia Schepp sembrava vivere una vita serena. L’incontro tra Mathias, ingegnere nato a Toronto, e Irina Lucidi, italiana di Ascoli Piceno, era avvenuto nel 2003 durante un viaggio aziendale. Un amore nato sotto i migliori auspici che aveva portato al matrimonio e alla nascita delle gemelle nell’ottobre del 2004. Tuttavia, l’idillio si rompe col tempo: ad agosto 2010 la coppia si separa. Un distacco che Mathias non riuscirà mai a metabolizzare, sprofondando in un malessere che lo porterà a frequentare uno psicologo, senza però riuscire a placare il risentimento.
Il 29 gennaio 2011 scatta la trappola. Mathias preleva le figlie per il consueto fine settimana, promettendo di riportarle lunedì mattina. È l’ultima volta che Alessia e Livia vengono viste con certezza in territorio svizzero. Da quel momento, inizia una fuga studiata nei minimi dettagli. “Tranquilla, le riporto io a scuola lunedì”, scrive Mathias in un ultimo messaggio alla ex moglie la domenica successiva. Ma è una menzogna: la sua Audi A6 nera ha già attraversato il confine francese.

Il viaggio verso il sud e l’ultimo avvistamento
La ricostruzione degli inquirenti delinea un tragitto inquietante. Dopo aver spento il cellulare a Lione, Mathias raggiunge Marsiglia, dove preleva una ingente somma di denaro, circa 7.500 euro, e acquista i biglietti per il traghetto diretto in Corsica. Proprio sulla nave verso Propriano avviene l’ultimo avvistamento ritenuto credibile delle bambine. Da quel momento, il destino delle gemelle diventa un buco nero.
Mentre il padre sbarca in Corsica e successivamente rientra in Francia per poi dirigersi in Italia, delle figlie non vi è più traccia. Mathias continua a inviare segnali distorti: cartoline e buste contenenti denaro spedite alla moglie lungo il tragitto. Il 2 febbraio l’auto viene avvistata a Ventimiglia, poi la discesa verso il sud Italia, fino a un pranzo solitario a Vietri sul Mare. La corsa termina tragicamente alla stazione di Cerignola Campagna, in provincia di Foggia: qui, Mathias parcheggia l’auto e decide di togliersi la vita gettandosi sotto un treno Eurostar.
Le lettere scioccanti e la pista del Canada
Il suicidio dell’uomo non pone fine al mistero, ma apre lo scenario più atroce. Tra gli effetti personali e le lettere arrivate successivamente a Irina Lucidi, emerge una confessione agghiacciante: “Le ho uccise. Non hanno sofferto. Ora riposano in pace in un luogo tranquillo. Non le rivedrai mai più“. Nonostante queste parole definitive, i corpi di Alessia e Livia non sono mai stati ritrovati. L’assenza di prove fisiche nell’auto — dove non sono stati rinvenuti né i seggiolini né gli abiti delle piccole — ha alimentato per anni la speranza che Mathias possa averle affidate a qualcuno.
Nel corso del tempo, diverse segnalazioni hanno riacceso i riflettori sul caso. La trasmissione Chi l’ha visto? ha indagato su una possibile pista canadese, seguendo la testimonianza di chi sosteneva che le bambine fossero state portate all’estero con documenti falsi, inserite in un presunto traffico di persone coordinato da professionisti stranieri. Nonostante i viaggi degli inviati in Nord America e gli appelli alle autorità locali, nessuna di queste piste ha mai portato a un riscontro oggettivo, lasciando la vicenda sospesa tra l’orrore di un infanticidio e la flebile speranza di un rapimento organizzato.

L’eredità di Irina Lucidi e la speranza mai spenta
Oggi Alessia e Livia avrebbero 21 anni. La loro madre, Irina Lucidi, ha trasformato il suo immenso dolore in un impegno concreto per la comunità. Delusa inizialmente dalla freddezza delle prime indagini svizzere — dove un agente minimizzò la scomparsa ipotizzando un ritorno spontaneo del padre — Irina ha fondato la Missing Children Switzerland. Questa fondazione si occupa di fornire supporto immediato ai genitori nelle prime, cruciali ore dalla scomparsa di un minore, colmando un vuoto legislativo e operativo che all’epoca dei fatti si rivelò fatale.
La storia, raccontata anche nel libro “Mi sa che fuori è primavera” scritto con Concita De Gregorio, resta un monito sulla fragilità dei legami e sulla ferocia della vendetta familiare. Sebbene la verità giudiziaria e le lettere di Mathias puntino verso la fine più tragica, il mancato ritrovamento dei corpi impedisce di scrivere la parola “fine” su questa storia. La ricerca continua, nel silenzio delle campagne pugliesi e nei ricordi di chi non ha mai smesso di cercare due sorrisi di sei anni svaniti nel nulla.


