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Poliziotto aggredito. L’infanzia, il caos di Torino, il giaccone rosso: le due vite di Angelo “l’invisibile”

Pubblicato: 03/02/2026 08:00

Il ritratto che emerge tra i vicoli di Montelaterone, piccola frazione di Arcidosso inerpicata sull’Amiata, è quello di un’assenza più che di una presenza. Di Angelo Simionato, il ventiduenne arrestato dalla Digos con l’accusa di aver partecipato all’aggressione dell’agente Alessandro Calista durante il corteo pro Askatasuna a Torino, il paese ricorda i silenzi. «Angelo è un ragazzo riservato ed educato. Un tipo tranquillo che non ha mai fatto male a nessuno. Ma il paese a lui stava stretto», sussurrano gli abitanti del borgo grossetano, descrivendo un giovane che sembrava scivolare via tra le maglie strette della vita di provincia. Dopo le scuole medie, il trasferimento a Grosseto per le superiori — forse mai terminate — e poi la scelta di vivere nel bolognese, tornando sull’Amiata solo d’estate per qualche impiego stagionale come cameriere.

Tra l’impegno civile della famiglia e l’ombra del carcere

La famiglia di Angelo è stimata e conosciuta: la madre, insegnante originaria di Bologna, e il padre, geometra veneziano, si sono stabiliti qui vent’anni fa, distinguendosi per l’attivismo pacifista. Domenica scorsa, davanti ai cancelli del carcere Lorusso e Cutugno, i genitori hanno difeso con dignità il figlio: «Siamo brave persone. Ci dispiace molto per quello che è successo. Nostro figlio è un bravo ragazzo». Anche Stefania Cassani, presidentessa della cooperativa “Il Borgo”, ne ricorda le radici sane: «Angelo è un ragazzo cresciuto nel paese… è stato educato all’incontro». Eppure, il giovane non risultava noto alla Digos come militante antagonista; l’unico precedente riguardava la segnalazione per la partecipazione a un rave party.

Mentre il mondo reale lo descrive come un’ombra garbata, quello virtuale lo ha travolto con una violenza inaudita. Non appena il suo nome è stato reso pubblico, il suo profilo Facebook è diventato il bersaglio di una pioggia di insulti: da «Infame» a «Vigliacco, in galera a vita». Qualcuno gli ha rinfacciato la giovane età e la provenienza geografica: «Vergognati, non sei nemmeno di Torino… Hai 22 anni, hai ancora i denti da latte». Poco dopo, il profilo è sparito nel nulla. Al contrario, sul gruppo Facebook “Sei di Montelaterone se…”, solitamente specchio della vita del paese, regna un silenzio assoluto, quasi a voler proteggere quella riservatezza che ha sempre contraddistinto la famiglia Simionato, ora travolta da una cronaca più grande di loro.

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