
Robby Giusti lancia la svolta: sorteggi obbligatori nelle conferenze stampa. Tutti i giornalisti sullo stesso piano, stop ai favoritismi e ai politici che scelgono a chi rispondere.
Una proposta clamorosa, destinata a far rumore nei palazzi del potere e nelle redazioni: Robby Giusti rompe un tabù e porta nel dibattito nazionale un’idea tanto semplice quanto dirompente: rendere obbligatorio il sorteggio delle domande nelle conferenze stampa.
Non una provocazione, non una boutade, ma una presa di posizione netta contro un sistema che – secondo Giusti – ha perso credibilità agli occhi dei cittadini. Domande concordate, giornalisti sempre gli stessi chiamati per primi, altri sistematicamente ignorati. E, soprattutto, politici che rispondono solo a ciò che vogliono, quando vogliono.
Il caso di Modena che ha fatto esplodere il dibattito
La proposta non nasce nel vuoto. È figlia di quanto accaduto recentemente a Modena, durante un evento pubblico con Roberto Vannacci, moderato proprio da Giusti.
Di fronte a oltre 30 richieste di intervento e a tempi rigidamente limitati, Giusti ha scelto una strada chiara: il sorteggio delle domande. Non per fare spettacolo. Non per goliardia. Ma per tentare di accontentare tutti, cosa oggettivamente impossibile per ragioni matematiche e temporali.
Una scelta trasparente, uguale per tutti, pensata per evitare favoritismi tra testate grandi e piccole e per non trasformare il moderatore nel giudice di chi sì e chi no.
Eppure, proprio quella decisione ha scatenato lo scontro: il sindacato dei giornalisti ha reagito con durezza, parlando di metodo inaccettabile, senza però – secondo Giusti – comprendere o voler comprendere la finalità reale dello strumento adottato.
Il sistema è bloccato
Il punto è proprio questo: si invoca la libertà di stampa, ma si rifiuta qualsiasi regola che rompa prassi consolidate. Il sorteggio, a Modena, ha messo a nudo un nervo scoperto: la perdita di controllo sul microfono.
Oggi molte conferenze stampa sono diventate rituali prevedibili, dove il contraddittorio è spesso apparente. La selezione delle domande avviene per consuetudine, non per norme, e chi gestisce il palco decide l’agenda.
Giusti ribalta il tavolo: se il tempo è limitato – come accade quasi sempre – la scelta non può essere discrezionale. Deve essere oggettiva. E il sorteggio è l’unico strumento che lo garantisce.
L’esempio che smonta ogni obiezione
Il paragone è immediato: la UEFA Champions League. Se i gironi non fossero sorteggiati, ma decisi dalle squadre più potenti, il torneo perderebbe credibilità. Chi conta di più sceglierebbe avversari e calendario.
Il sorteggio serve proprio a evitare questo, nello sport come nell’informazione.
Diritto di cronaca ≠ diritto al microfono
Altro nodo centrale: il diritto di cronaca. Informare non significa avere un turno di parola garantito e illimitato, soprattutto quando i tempi rendono impossibile far parlare tutti.
Continuare a confondere questi piani significa trasformare un problema organizzativo in uno scontro ideologico.
Una sfida anche ai leader politici
La proposta chiama in causa anche la politica. Da anni si accusa Giorgia Meloni – come altri leader prima di lei – di non rispondere abbastanza alla stampa. Ma se davvero si vuole trasparenza, non si può demonizzare uno strumento che la rende concreta.
Con il sorteggio obbligatorio, i politici non scelgono più a chi rispondere, i giornalisti partono tutti dallo stesso piano e gli uffici stampa perdono il ruolo di filtro politico. Niente alibi per nessuno.
Non una provocazione, ma una regola
Il caso di Modena dimostra che il problema non è il sorteggio, ma ciò che mette in discussione: abitudini, precedenze e piccoli privilegi. Giusti è netto: quando le richieste superano il tempo disponibile, la scelta non è ideologica, ma matematica. O arbitrio, o regole uguali per tutti.
Il sorteggio non limita la libertà di stampa. La difende.
Una proposta che divide, ma non si può ignorare
Che piaccia o no, il tema è ormai nazionale. Il caso di Modena ha acceso un faro su un sistema che funziona sempre meno e convince sempre meno i cittadini.
La proposta è sul tavolo. E questa volta liquidarla come una provocazione non basterà.


