
C’è un tono secco, quasi glaciale, nelle parole con cui Riccardo Nencini rompe il silenzio e registra un corto circuito politico che va ben oltre il singolo referendum. L’ex presidente della Regione Toscana, socialista di lunga militanza, annuncia che voterà Sì e lo fa trasformando la scelta in un atto di memoria storica: ricorda che, se seguissimo il metro usato da Schlein, dovremmo bollare come fascista un’intera genealogia della sinistra italiana ed europea. Nel suo ragionamento scorrono nomi che non sono dettagli ma pilastri: Matteotti, Vassalli, Mitterrand, Felipe Gonzales, Bettino Craxi, fino al nonno socialista della stessa segretaria del Pd. Nencini non discute il merito del quesito, discute il metodo con cui una parte della sinistra usa l’insulto come clava politica, trasformando una scelta di riforma in una scomunica morale.
Il punto politico, che emerge con nettezza, è ancora più duro. Definire “fascista” chi sostiene il Sì significa mescolare vittime e carnefici, cancellare decenni di battaglie democratiche e ridurre il dibattito pubblico a uno schema populista. Nencini ricorda che nel 2022 lo stesso Pd prevedeva un’Alta Corte, e che Schlein aveva condiviso quell’impostazione: l’accusa di autoritarismo, dunque, non è solo ingenerosa, è anche smemorata. Il suo intervento suona come un atto d’accusa contro una sinistra che ha perso il gusto della complessità e preferisce la scorciatoia dello stigma.
Quando il referendum diventa una rissa morale
Nella ricostruzione di Nencini c’è anche una lettura culturale. Il problema non è il quesito, ma il clima. Una parte della sinistra – dice in sostanza – ha trasformato ogni riforma istituzionale in una guerra civile simbolica, dove chi dissente viene espulso dal perimetro dell’antifascismo. In questa chiave tornano figure come Craxi o Gonzales, riformisti che la sinistra radicale ha demonizzato per anni, salvo riscoprirli quando conviene. Il socialista toscano invita implicitamente a uscire da questo schema infantile e a tornare a un confronto adulto sulle istituzioni.
C’è poi un passaggio che colpisce per la sua durezza. Nencini esclude qualsiasi parallelo con Turati, Gobetti o Amendola, cioè con gli esuli e i perseguitati del regime. Chi vota Sì – sostiene – non merita l’esilio né la scomunica, ma semmai le scuse di chi ha usato un linguaggio indegno della storia che pretende di rappresentare. È qui che la sua critica diventa anche politica: una sinistra che parla così non difende la democrazia, la impoverisce.
La sinistra che confonde giudizio e insulto
Mentre il centrodestra discute di assetti istituzionali, una parte del centrosinistra preferisce la retorica del pericolo fascista permanente. Questa postura, più identitaria che politica, rischia di allontanare elettori moderati e di trasformare il referendum in un plebiscito emotivo. Dare ragione a Nencini significa riconoscere che la storia della sinistra è plurale, riformista e spesso istituzionale, non riducibile a slogan o anatemi.
Se la segretaria del Pd volesse davvero rappresentare un campo largo e credibile, raccoglierebbe anche questa sfida: abbassare i toni, distinguere tra avversari e nemici, e restituire dignità al confronto. Il voto, qualunque esso sia, merita rispetto e argomenti, non etichette infamanti. Approfondire questo dibattito è indispensabile per capire che cosa resterà della sinistra italiana dopo il referendum, e perché conviene a tutti – anche a chi voterà No – discuterne senza veleni.


