
Nel dibattito sul referendum si è costruito, negli ultimi mesi, un clima emotivo prima ancora che razionale. Manifesti, slogan e talk show hanno ripetuto che votare NO significherebbe difendere la democrazia, mentre il SÌ aprirebbe la strada a un presunto scivolamento autoritario. È una narrazione martellante, semplice da consumare e comoda per chi vuole trasformare una scelta costituzionale in uno scontro identitario. Eppure questa costruzione retorica regge solo finché non la si mette alla prova dei fatti: basta un elemento storico e politico per farla vacillare, e quell’elemento è la posizione del Partito Radicale. Un movimento che ha attraversato decenni di battaglie per i diritti civili, contro ogni abuso di potere, e che ha fatto della separazione dei poteri una bussola morale prima ancora che giuridica.
Il Partito Radicale non è mai stato indulgente con il potere, qualunque esso fosse. Ha combattuto governi di ogni colore, denunciato leggi liberticide, sfidato maggioranze granitiche in nome delle garanzie individuali e della Costituzione. È difficile, se non impossibile, accusarlo di fascinazione autoritaria o di complicità con derive illiberali. Eppure oggi questo stesso soggetto storico, per definizione allergico a ogni verticalizzazione del comando, si schiera per il SÌ. Non per disciplina di partito, non per calcolo di convenienza, ma perché ritiene che la riforma rafforzi le garanzie e riequilibri un sistema inceppato.
Nuova stagione istituzionale
La propaganda del NO ha puntato tutto su una paura astratta: quella di un potere politico che “metterebbe le mani sui giudici”. È una tesi suggestiva, ma fragile se confrontata con la realtà del testo e con l’esperienza di chi lo sostiene. Il Partito Radicale, che ha passato una vita a difendere i magistrati quando erano sotto attacco e a criticarli quando hanno ecceduto, non vede in questa riforma un attentato all’indipendenza, bensì un modo per rendere il sistema più trasparente e responsabile. Non è una resa al governo di turno, è una lettura costituzionale.
Inoltre il SÌ non nasce da un’adesione fideistica, ma da una valutazione concreta: oggi gli equilibri tra politica e magistratura sono squilibrati, e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni è erosa. Il referendum non è un salto nel buio, ma un tentativo di correggere distorsioni che si sono accumulate negli anni. Che proprio il Partito Radicale sostenga questa scelta è un segnale politico di enorme peso, che il fronte del NO fatica a spiegare senza cadere in caricature.
Un argine alle semplificazioni
Chi agita lo spettro dell’autoritarismo dovrebbe interrogarsi seriamente: perché un movimento storicamente libertario come il Partito Radicale si schiera dall’altra parte? Ignorare questa domanda significa fare propaganda, non politica. Significa preferire lo slogan alla verità, la paura alla ragione. Il referendum non è una guerra culturale, è uno strumento democratico che merita serietà.
La vera posta in gioco non è proteggere corporazioni o conservare rendite di posizione, ma rafforzare la Costituzione rendendola più coerente con i principi che proclama. In questo senso il SÌ appare come una scelta di responsabilità, non di rottura. E se il Partito Radicale la sostiene, forse vale la pena ascoltare, prima di liquidare tutto come un complotto autoritario.
Chiudere gli occhi di fronte a questo dato significa rifiutare il confronto. Aprirli, invece, permette di vedere che la battaglia referendaria è meno ideologica di quanto si voglia far credere, e molto più legata al futuro della nostra democrazia. Condividere, discutere, approfondire: è così che si difende davvero la libertà.


