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Olimpiadi, il Cio vieta allo skeletonista Vladyslav Heraskevych casco con foto atleti ucraini uccisi: “Tradimento”

Pubblicato: 10/02/2026 09:07

La guerra in Ucraina entra con forza simbolica nel percorso verso Milano Cortina, trasformando una competizione sportiva in un terreno di confronto politico e morale. A portare il conflitto sulla pista olimpica è stato Vladyslav Heraskevych, skeletonista e portabandiera della delegazione ucraina, che ha scelto di gareggiare con un casco decorato dai volti di atleti ucraini morti in guerra.

Un gesto annunciato e rivendicato pubblicamente dall’atleta, che sui social ha spiegato le ragioni della sua scelta. Secondo Heraskevych, quelle immagini non rappresentano una provocazione, ma un atto di memoria e di giustizia. «È ingiusto, queste persone non avrebbero mai dovuto perdere la vita così giovani», ha affermato, chiarendo che l’obiettivo era rendere omaggio agli sportivi uccisi e alle loro famiglie. «Il mondo deve conoscere il vero prezzo della libertà ucraina», ha aggiunto, rivendicando il valore testimoniale del gesto.
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Il rilancio di Zelensky e il significato politico del gesto

L’iniziativa dello skeletonista ha immediatamente superato i confini sportivi, diventando un caso internazionale dopo essere stata rilanciata dal presidente Volodymyr Zelensky. Il capo dello Stato ucraino ha commentato il casco, sottolineando come raffiguri «i ritratti dei nostri atleti uccisi dalla Russia», ricordando nomi e discipline di giovani sportivi caduti durante il conflitto.

Nel suo messaggio, Zelensky ha ringraziato Heraskevych per aver ricordato «il prezzo della nostra lotta», respingendo in modo netto l’idea che si possa parlare di una manifestazione politica fuori luogo. Secondo il presidente ucraino, quella scelta non può essere definita scomoda o inappropriata, ma rappresenta un richiamo diretto alla realtà della Russia moderna e alle conseguenze della guerra.

La decisione del CIO e il divieto del casco

La reazione del CIO (Comitato Olimpico Internazionale) non si è fatta attendere. Dopo che il casco era stato mostrato nelle prime prove sulla pista olimpica, l’organismo ha imposto il divieto di indossarlo sia durante gli allenamenti sia nelle competizioni ufficiali. Una decisione che ha acceso immediatamente il dibattito sul confine tra neutralità sportiva e libertà di espressione.

È stato lo stesso Heraskevych a comunicare pubblicamente il provvedimento, affidando a Instagram la propria amarezza. «È una decisione che mi spezza il cuore», ha scritto, spiegando come la scelta del CIO venga vissuta come un tradimento nei confronti degli atleti che hanno fatto parte del movimento olimpico e che non possono più essere ricordati proprio nell’arena sportiva.

Sport, memoria e neutralità olimpica

Secondo lo skeletonista ucraino, impedire quell’omaggio significa negare uno spazio di memoria a chi ha indossato la maglia della propria nazionale prima di perdere la vita in guerra. La sua critica colpisce al cuore il principio di neutralità olimpica, mettendo in discussione il ruolo dello sport in un contesto segnato da conflitti armati.

Il caso di Milano Cortina diventa così il simbolo di una tensione più ampia: da un lato le regole del movimento olimpico, dall’altro la volontà di trasformare lo sport in un luogo di testimonianza. La scelta del CIO chiude formalmente la vicenda, ma lascia aperto un interrogativo che va oltre una gara di skeleton: se e fino a che punto lo sport possa restare impermeabile alla guerra quando la guerra colpisce direttamente gli atleti.

In questo spazio di frattura, il casco di Heraskevych resta un’immagine potente, anche senza scendere ufficialmente in pista, capace di portare il conflitto ucraino al centro del dibattito olimpico e internazionale.

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