
A Perugia è andato in scena l’ennesimo capitolo giudiziario della tragedia di Rigopiano, e l’aula ha restituito più amarezza che verità. Dopo dieci ore di camera di consiglio, la Corte d’appello ha pronunciato una sentenza che mescola assoluzioni e condanne, lasciando irrisolto il nodo politico e umano di una catastrofe che nel gennaio 2017 costò la vita a 29 persone su 41 tra ospiti e personale dell’hotel di Farindola. Le proteste dei familiari, scoppiate appena letto il dispositivo, hanno trasformato il verdetto in un momento di dolore collettivo: giustizia formale da una parte, lutto inconsolabile dall’altra.
Il clima era già teso prima ancora che il presidente Paolo Micheli aprisse bocca. Nove anni dopo la slavina che travolse l’albergo, questo era il quarto verdetto, un appello bis che arrivava dopo un percorso tortuoso tra assoluzioni e rinvii della Cassazione. Quando è stata annunciata l’assoluzione dell’ex sindaco Ilario Lacchetta, condannato in primo grado a 2 anni e 8 mesi, l’aula è esplosa: una madre ha gridato che il figlio morto a 28 anni non sarebbe stato pianto dai giudici. Quelle parole hanno pesato più di qualsiasi dispositivo.
Le responsabilità regionali al centro
Sul piano penale, la Corte ha scelto una linea chiara: condanna a due anni, con rito abbreviato, per tre dirigenti e funzionari della Protezione civile regionale dell’Abruzzo — Carlo Visca, Pierluigi Caputi e Vincenzo Antenucci — per disastro colposo. Allo stesso tempo sono stati assolti altri tre funzionari regionali, Carlo Giovani, Sabatino Belmaggio ed Emidio Primavera, segnando una netta distinzione interna alle responsabilità amministrative.
Restano fuori dal perimetro del giudizio penale altre figure chiave: la posizione del tecnico comunale Enrico Colangeli è stata dichiarata prescritta, mentre per i tecnici della Provincia di Pescara, Paolo D’Incecco e Mauro Di Blasio, è stato disposto il non luogo a procedere. Tutti erano accusati di omicidio colposo, ma quel reato è ormai prescritto, svuotando di fatto il processo della sua imputazione più grave.
Una partita ancora aperta
Per l’avvocato Massimiliano Gabrielli, che assiste due famiglie delle vittime, la sentenza rappresenta comunque un cambio di rotta: la responsabilità primaria dei funzionari regionali, sostenuta fin dall’inizio, è stata riconosciuta dopo che la Cassazione aveva già corretto la valutazione assolutoria precedente. È una vittoria parziale, giuridica più che morale, che però non restituisce nulla a chi ha perso tutto quella notte.
Il caso Rigopiano, dunque, non è chiuso. I condannati potrebbero ricorrere in Cassazione, aprendo un ulteriore round giudiziario che rischia di allungare ancora i tempi della giustizia. Intanto le famiglie tornano a casa con la stessa domanda di nove anni fa: chi doveva impedire quella tragedia e perché non lo ha fatto.
In questo intreccio di assoluzioni, condanne e prescrizioni resta un dato incontrovertibile: 29 persone non ci sono più. E nessuna sentenza, per quanto definitiva, potrà colmare quel vuoto.


