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Addio a un grande italiano, simbolo di una generazione: il triste annuncio è appena arrivato

Pubblicato: 13/02/2026 13:09

Una personalità multiforme e inquieta, capace di attraversare discipline e linguaggi diversi, quella di Giancarlo Consonni, nato a Merate il 14 gennaio 1943 e scomparso il 13 febbraio 2026 a Milano. Urbanista, professore emerito del Politecnico di Milano, polemista attento alle trasformazioni ambientali e urbane, ma anche fotografo, pittore e poeta, Consonni ha incarnato un’idea alta e insieme concreta di impegno culturale.

Amava definirsi come un uomo che conduceva «sette vite in parallelo», immerso in quello che chiamava il «girotondo delle muse». Una definizione che racconta bene la sua capacità di muoversi tra saperi e arti differenti senza mai perdere coerenza, tenendo insieme riflessione teorica e pratica quotidiana.

Il suo principio morale era chiaro: prendere la parola solo quando necessario, quando l’urgenza del fare coincideva con quella del dire. Per Consonni, infatti, azione e linguaggio non erano separabili. Le città, con le loro stratificazioni e le loro lingue, erano da leggere come opere d’arte viventi; la poesia, al contrario, come una costruzione minuziosa di suoni e immagini.

Lombardo di madre pistoiese, si muoveva con naturalezza tra lingua italiana e dialetto, soprattutto quello rurale dell’infanzia. Non li considerava codici in opposizione, ma «due punti di ascolto reciproco», strumenti complementari per restituire la complessità dell’esperienza.

Emblematica in questo senso è la raccolta Vûs (Einaudi, 1997), divisa in una sezione rurale e una cittadina, quasi a segnare due respiri diversi della stessa voce. L’oralità, l’ascolto, la memoria dei luoghi diventano materia poetica, trasformandosi in versi brevi e intensi, capaci di condensare visioni e silenzi.

Dalla prima raccolta Lumbardia (1983) a Viridarium (1987), fino alle successive pubblicazioni, Consonni è rimasto fedele a uno stile essenziale, sospeso tra ironia e malinconia. Le sue poesie, spesso vicine all’epigramma, partono dall’osservazione di dettagli minimi — un fiore, una lucertola, un frammento urbano — per aprire improvvise epifanie.

«La poesia deve andare tra la gente», sosteneva, ma senza rinunciare alla consapevolezza del posto che la parola occupa nell’universo. Una tensione tra accessibilità e profondità che ha caratterizzato tutta la sua opera, sempre attenta a non chiudersi in un’élite autoreferenziale.

Parallelamente, il suo sguardo critico sulla città si è fatto negli anni sempre più severo. Milano, a suo giudizio, aveva progressivamente smarrito la dimensione di spazio collettivo, trasformandosi in terreno di speculazione e sfruttamento. Non risparmiava critiche alle amministrazioni né alle cosiddette archistar, denunciando il degrado urbano e l’assedio delle auto e della pubblicità.

Consonni ha diretto anche l’Archivio di Piero Bottoni, contribuendo a valorizzare la memoria di uno dei protagonisti del design e dell’urbanistica italiani. Resta oggi la sua voce, civile e poetica insieme, capace di tenere uniti pensiero e azione, città e parola, memoria e futuro.

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