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Il vicepremier Luigi Di Maio esce fortificato dall’esito della votazione sulla piattaforma Rousseau, che da voce agli iscritti del Movimento 5 Stelle. Con l’80% delle preferenze, il voto permette la sua permanenza come capo politico, nonostante le resistenze di diverse anime del Movimento, che dopo le europee sta sperimentando una rivolta delle correnti vecchio stile. L’esito per alcuni era scontato: Luigi Di Maio aveva incassato l’endorsement dei pezzi grossi del partito, Beppe Grillo e Davide Casaleggio in primis.

Luigi Di Maio riconfermato capo politico: voto record

Un bagno purificatore nelle acque benedette del web e Luigi Di Maio è pronto a riprendere in mano il partito.

Con 44.849 voti a favore, si legge sul sito di Rousseau, contro 11.278 per il no, il leader è di nuovo in sella: “Con 56.127 preferenze espresse, la nostra piattaforma online ha fatto registrare il record assoluto“, continua il comunicato, che denuncia 3 attacchi subiti durante la giornata di votazioni. Il Movimento assicura che l’integrità delle votazioni è stata mantenuta, definendo la giornata di oggi “un passo avanti per la democrazia digitale“.

Dopo la riunione durata ore all’indomani dei risultati delle elezioni europee, ci si aspettava che la testa del ministro sarebbe rotolata fuori la porta.

Il vertice del Movimento si è invece compattato per fare quadrato intorno al leader, sebbene con qualche mal di pancia. Le responsabilità per il risultato deludente del 17% vanno condivise come le vittorie, è il mantra, e nessuno chiede le dimissioni del vicepremier.

Rousseau non viene preso sul serio

Nonostante Luigi Di Maio abbia invocato le votazioni sulla piattaforma web, queste difficilmente verranno tenute in alta considerazione da chi cerca di sondare cosa succederà ora.

La possibilità che il voto degli iscritti venga manipolato è stata già cavalcata dai membri dell’opposizione. “Votare è sempre una buona cosa per la democrazia. Ma il voto di chi oggi si esprime per Di Maio sulla piattaforma Rousseau può essere manipolato? Non sono accuse infamanti di avversari politici: lo ha detto il Garante della Privacy“, dichiara su Twitter il dem Ettore Rosato e non è il solo.

Il Garante ha infatti multato la Casaleggio Associati perché non garantisce la sicurezza del voto e dei dati degli iscritti, come dimostrano tra l’altro diversi attacchi hacker che si sono succeduti.

Non è quindi mancata l’ironia sull’esito scontato del voto, sia per la fragilità del mezzo di votazione, sia per l’appoggio dei compagni di partito.

Tutti schierati per il boss

Nonostante quelli che all’esterno sono sembrati profondi dissidi interni sulla continuazione sia di Di Maio al vertice del Movimento, sia sulla vita del governo, i membri più ascoltati dalla base si sono espressi a favore del capo politico. Alessandro Di Battista ha dichiarato che non ci sono stati errori, ma il limite di essere brave persone: “Abbiamo preso i ministeri più difficili, abbiamo fatto i provvedimenti più complicati.

È andata così, siamo brave persone, penso specialmente a Luigi“.

Anche Roberto Fico è rimasto fedele alla linea, chiedendo solo di evitare il voto online: “Non parteciperò al voto. Sono sempre stato contrario alla politica che si identifica in una sola persona. Se il focus resta sulla fiducia da accordare o meno a una figura, e non sui tanti cambiamenti che invece, insieme, occorre porre in essere, non ci potrà essere alcuna evoluzione. Significa non cambiare niente“, ha scritto su Facebook.

I parlamentari scalpitano

I parlamentari non sono stati in silenzio mentre i loro destini, dopo la debacle che ha dimezzato i voti rispetto alle politiche dello scorso anno, venivano decisi a porte chiuse.

Alcuni hanno sollevato dubbi sull’efficacia nella gestione di Di Maio di tutti i suoi incarichi, ben quattro: il doppio ministero, capo politico del Movimento 5 Stelle e vicepremier. Tra le voci che si sono levate quelle della deputata Carla Ruocco e di Elena Fattori, la senatrice già ribelle. Una crisi che ha portato alle dimissioni consegnate da Gianluigi Paragone per un’intervista rilasciata a Il Corriere della Sera in cui esortava il leader a lasciare almeno un ministero.

Parole poi smentite dallo stesso Paragone, che ha rimesso la sua vita parlamentare nelle mani di Di Maio come gesto di fiducia.