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8mila. Questo è il numero di medici in più che servirebbero agli ospedali pubblici italiani per far fronte alle crescenti difficoltà, ai pesanti turni di lavoro e al boom di pensionamenti. E questo numero è destinato ad aumentare nei prossimi anni. L’inchiesta pubblicata da Repubblica questa mattina, firmata da Michele Bocci, ha messo in luce una situazione critica. La mancanza di ricambio generazionale e la fuga dei giovani all’estero son le cause principali di questo buco nel personale necessario, ma non solo. E d’estate, il problema si aggrava maggiormente. Anche i ministri Grillo e Trenta hanno denunciato la necessità di trovare una soluzione efficace, perché quelle tappabuchi non possono risolvere il problema sul lungo periodo.

Da Nord a Sud, il settore medico pubblico in Italia sta affrontando una crisi. I reparti più in difficoltà sono il Pronto Soccorso, Medicina Interna, Pediatria, Anestesia e Chirurgia generale.

Troppi medici in pensione, troppo pochi i giovani

52.500 sono i medici d’ospedale che tra il 2018 e il 2025 sono andati o andranno in pensione nel nostro Paese, circa la metà di tutti i professionisti. Il turnover con i giovani è però insufficiente. Molti neolaureati e specializzandi decidono di andare all’estero, anche per una maggior soddisfazione personale o un più alto guadagno.

Analogo discorso per quelli che prendono la strada della medicina privata, o un impiego nelle case farmaceutiche. I giovani che scelgono queste vie saranno almeno 14mila da qui al 2025. Le corsie dei nostri ospedali restano così sempre più prive del personale necessario. E i pochi medici disponibili fanno turni massacranti, soprattutto d’estate, per coprire i colleghi in ferie. Tradotto in soldoni, il problema è che i medici che escono dagli ospedali son in numero superiore rispetto ai nuovi assunti. E questo provoca tutta una serie di altre difficoltà che si complicano ogni anno.

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Grande carenza di medici negli ospedali italiani (Immagine di repertorio)

Le soluzioni alternative non sono finora bastate

Per molti, scrive Bocci su Repubblica, lo scoglio più grosso è “quello che tutti chiamano «l’imbuto», sono le scuole di specializzazione post-laurea.

Durano quattro o cinque anni e hanno ancora troppo pochi posti”. Le misure prese finora per far fronte alle difficoltà hanno sortito pochi effetti, permettendo di prendere una boccata d’ossigeno, ma non di risolvere il problema a monte. Alcune regioni hanno chiamato in ospedale giovani neolaureati senza specializzazione e medici militari. Altre hanno “affittato” dottori in pensione e medici stranieri per brevi periodi, anche solo di poche notti, dietro una lauta ricompensa. Tutto ciò però non basta. Ad agosto, nella provincia di Milano ci sarà il 30% di letti in meno. A Genova ci sono sale operatorie già chiuse da giugno. Ma dati analoghi si possono trovare su tante altre grandi e medie città italiane.

I tentativi di soluzione avanzati dai ministeri

Il ministro della Difesa Trenta ha visitato Campobasso in questi giorni, poiché il Molise è una delle regioni più colpite dalla penuria di medici. Il ministro ha dichiarato, riporta Repubblica, che si sta cercando un modo per mantenere aperti gli ospedali a rischio, inviando personale medico militare. Ma al momento, ha proseguito il ministro, una soluzione non si è ancora trovata. Intanto, il ministro della Salute Giulia Grillo ha avviato dei provvedimenti per contrastare la mancanza di personale. Innanzitutto, lo sblocco del turnover nelle Regioni con il piano di rientro grazie al decreto Calabria. Poi la possibilità di assumere gli specializzandi all’ultimo anno di studi e l’aumento delle borse di specializzazione, decretato dal Miur. Nel giro di qualche mese queste misure porteranno a rimpolpare gli ospedali italiani. Ma non abbastanza per il momento. Come scrive Bocci su Repubblica: “L’estate, ormai, passerà così, con paurosi vuoti in corsia.