Grosso attacco con droni, rivendicato dai ribelli yemeniti, contro uno dei più grandi centri petroliferi arabi. Gli USA accusano l’Iran. Alta tensione fra le due nazioni, che a breve dovrebbero ridiscutere la questione sul nucleare (Immagine di repertorio)

Alta tensione fra Stati Uniti e Iran. In seguito all’attacco di ieri a due dei più grandi centri petroliferi mondiali (Khurais e Abqaiq, in Arabia Saudita), gli USA hanno puntato il dito verso Teheran. Il blitz di ieri, così come i precedenti in territorio saudita, l’ha infatti rivendicato il gruppo di ribelli yemeniti Houthi, sostenuto politicamente dall’Iran. Teheran ha tuttavia negato ogni coinvolgimento in questi attacchi. Trump, scrive il New York Times, ha condannato fermamente il raid e offerto al principe saudita bin Salman il supporto americano per l’autodifesa del regno arabo. Domati gli incendi, la Aramco vuole riprendere la produzione prima possibile.

Le conseguenze sul mercato petrolifero non sono infatti da sottovalutare. L’ultimo blitz a Abqaiq e Khurais (rispettivamente il più grande impianto di lavorazione e il principale giacimento petrolifero dell’azienda) ha dimezzato l’estrazione di petrolio dell’Arabia, con una perdita quotidiana di circa 5 milioni di barili.

Gli Houthi, i ribelli yemeniti sostenuti dall’Iran

Gli Houthi sono un movimento politico e gruppo armato, nato nel 1992, appartenente alla minoranza sciita dello Yemen. Sono sostenuti dall’Iran, e in guerra contro l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti. Nel 2017 uccisero l’ex presidente Ali Abdallah Saleh per aver cercato un dialogo con l’Arabia Saudita.

Lo considerarono alto tradimento, e lo tolsero di mezzo. Negli ultimi 5 mesi, hanno rivendicato diversi attacchi a oleodotti e petroliere saudite. Armati di droni e missili altamente tecnologici, nell’ultimo blitz hanno puntato direttamente al cuore dell’Aramco, l’azienda petrolifera con l’utile globale più alto (111 miliardi di dollari nel 2018). Gli Houthi hanno lanciato 10 droni sull’impianto di lavorazione più grande, Abqaiq, e sul giacimento più grande, Hijra Khurais. Abqaiq arriva a produrre anche 7 milioni di barili al giorno, perciò la battuta d’arresto è economicamente un disastro per i sauditi. Tutto ciò non poteva che gettare altra benzina sulla già infuocata tensione politica.

Le accuse del segretario americano Pompeo

Teheran è dietro i circa 100 attacchi all’Arabia Saudita, mentre Rohani e Zarif fingono di impegnarsi nella diplomazia, tuona da Twitter il segretario di Stato USA Mike Pompeo, accusando senza mezzi termini il presidente e il ministro degli affari esteri iraniani. “In mezzo a tutte le richieste di de-escalation, l’Iran ha ora lanciato un attacco senza precedenti alla fornitura energetica mondiale. Non ci sono prove che gli attacchi provenissero dallo Yemen”. Il segretario Pompeo ha poi invitato tutte le nazioni a condannare pubblicamente e inequivocabilmente gli attacchi iraniani. Infine, ha promesso l’impegno degli Stati Uniti nell’assicurare, assieme ai loro alleati, che il mercato dell’energia resti ben fornito e che l’Iran venga punito per le sue aggressioni.

La replica dell’Iran: “Accuse senza senso”

Teheran ha però respinto al mittente le accuse, definendole “senza senso e utili solo a giustificare future azioni contro l’Iran. L’ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri. Il ministro Zarif ha poi twittato per le rime a Pompeo, come già in altre occasioni. “Avendo fallito con la “massima pressione”, il segretario Pompeo ora passa al “massimo imbroglio”. Gli Stati Uniti e i loro clienti sono bloccati in Yemen dall’illusione che la superiorità delle armi porterà alla vittoria militare. Incolpare l’Iran non metterà fine al disastro. Accettare la nostra proposta di fermare la guerra e parlare forse sì”. L’acceso scambio di accuse non aiuta a distendere gli animi fra le due nazioni. A maggior ragione se, all’Assemblea Generale dell’ONU che si terrà a New York fra il 23 e il 26 settembre, ci dovrebbe essere uno storico incontro fra Trump e Rohani per discutere della questione sul nucleare.