serena mollicone

A pochi giorni dal primo (e atteso a lungo) processo per la morte di Serena Mollicone, una nuova ombra si adagia su Cassino, città dove Serena è morta.

È stata infatti trovata una scritta minatoria ai danni di uno degli investigatori principali che lavorò al caso Mollicone: si teme che la scritta possa essere legata all’imminente processo e ci si chiede cosa essa significhi in questo contesto.

Una frase minatoria all’agente del caso Mollicone

La frase è breve ed inquietante: “Morte presto per…” seguita dal nome e cognome dell’investigatore. La scritta è stata fatta su un cavalcavia della Roma-Napoli, all’altezza del casello di Cassino-Pontecorvo.

Non c’è certezza del fatto che la scritta sia legata al caso Mollicone, ma le circostanze sono troppo singolari per non far pensare che sia così: il fatto è accaduto proprio a 10 giorni dall’inizio dell’udienza per il rinvio a giudizio della famiglia Mottola e di due carabinieri, e il punto in cui è stata fatta è prioprio vicino a Cassino, città la cui Procura sta indagando sul caso. 

L’agente nominato nella frase minatoria non ha chiaramente lavorato solo sul caso Mollicone, ma è per l’omicidio di Serena che è divenuto noto nel corso degli anni. La Procura di Cassino sta già indagando sulla scritta (segnalata dagli automobilisti) ed ha già fatto i rilevamenti del caso.

Il processo ai Mottola, 18 anni dopo

Per anni, la morte di Serena Mollicone è stata avvolta nel mistero: cos’era successo a questa ragazza che, il 1 giugno 2001, si recò alla caserma dei carabinieri di Arce senza che nessuno l’abbia vista mai uscire di lì? Il padre di Serena per anni ha lottato per avere delle risposte, che sono arrivate grazie alla analisi medico-scientifiche effettuate negli ultimi anni.

Le perizie hanno permesso di ricostruire un quadro agghiacciante: Serena Mollicone sarebbe entrata nella caserma di Arce per denunciare il fatto di aver visto Marco Mottola, figlio dell’ex maresciallo Franco Mottola, spacciare droga.

All’interno della caserma, nello specifico nell’appartamento ivi presente, Serena sarebbe stata picchiata e la sua testa sarebbe stata sbattuta violentemente contro una porta. Dopodiché, mentre era ancora agonizzante, le avrebbero infilato la testa in un sacchetto di plasticate tentativo di soffocarla. Il suo corpo sarebbe poi stato trasportato nei pressi di Fontecupa, nel boschetto dell’Anitrella, con mani e piedi legati e il sacchetto avvolto intorno alla testa.

Oggi, a distanza di 18 anni, per la sua morte andranno a processo Franco Mottola, suo figlio Marco e la moglie Anna Maria: i 3 sono accusati di omicidio volontario e occultamento di cadavere. A processo andranno anche due carabinieri della caserma di Arce, accusati di favoreggiamento.