Auto dei Carabinieri

Le intercettazioni dei carabinieri indagati della caserma di Piacenza descrivono un far west in cui tutto era permesso e nel quale , chi era coinvolto, si sentiva invincibile.

Sono bastati 6 mesi di indagini per scoprire l’inferno. I carabinieri coinvolti non solo parlavano tra di loro di quello che facevano, ma se ne vantavano apertamente: “Adesso ti devo raccontare quello che ho combinato, ho fatto un’associazione a delinquere, ragazzi, dice uno di loro in un’intercettazione.

Avevano organizzato un giro di spaccio di droga

Lo schema organizzativo era semplice: i carabinieri gestivano uno spaccio di droga in combutta con alcuni spacciatori.

Sequestravano la droga agli spacciatori estranei al loro giro, arrestandoli, picchiandoli e torturandoli. Dopodiché, dividevano le dosi in 3 parti: una parte andava come sequestro dell’attività giudiziaria, una parte andava agli informatori che si prodigavano per fare le soffiate e una terza parte andava ai loro pusher di fiducia. Questi ultimi potevano fare il bello ed il cattivo tempo, a condizione che parte dei ricavati, ovviamente, andassero ai carabinieri. 

Arrestati torturati con l’acqua

Con il passare del tempo i carabinieri avevano perso ogni senso del limite, fino ad arrivare ad usare torture con l’acqua (in un’intercettazione si sente chiaramente una persona che fa versi d’annegamento).

Il carabiniere: “Devi vedere gli schiaffoni che gli ha dato”

L’apice della delinquenza viene forse toccato quando, nel cremonese, uno dei carabinieri si reca in una concessionaria, insieme ad uno spacciatore, per costringere il venditore ad accettare un’estorsione, forse la cessione di un’auto. In un’intercettazione seguente, si sente un altro militare, testimone dei fatti, descrivere l’accaduto: “Hai presente Gomorra? (…) guarda che è stato uguale (…) Tu devi vedere gli schiaffoni che gli ha dato”.

La grigliata durante il lockdown

Nessuna regola, neanche quelle necessarie a limitare morti e contagi nel periodo del lockdown, valeva per queste persone, tanto che uno di loro aveva organizzato una grigliata in casa, con ospiti e senza alcuna misura di sicurezza.

L’evento era stato scoperto da una vicina che aveva chiamato il 112, chiedendo un intervento. La donna aveva chiesto di poter rimanere anonima, proprio per non correre rischi, ma chi era accorso era un collega del carabiniere, che subito si mostra dalla sua parte dicendo che non aveva registrato ufficialmente l’intervento, e non facendo problemi quando il collega chiede di poter sapere chi ha fatto la chiamata: Io però voglio sentire la voce per capire se è la mia vicina, giusto lo sfizio che mi volevo togliere, riesci a girarmi il numero?” Chiede infatti l’indagato, mentre il collega gli spiega che glielo farà “sentire abusivamente”.