vanni oddera in ospedale

Si può volare senza ali, si può correre senza gambe e si può sentire il vento anche quando non c’è. Basta scorrere la pagina Instagram di Vanni Oddera, campione di Freestyle Motocross, per accorgersi di quella passione per la moto trasformata, metamorfizzata in qualcosa di più grande, in qualcosa che potesse essere non più del singolo ma di tutti.

La sola passione di Vanni Oddera è stata l’ingrediente saliente per una ricetta che puntualmente fa vivere a migliaia di ragazzi con disabilità motorie di tutto il mondo un’esperienza altrimenti impossibile ma soprattutto, indimenticabile.

Tra urla di entusiasmo, incredulità e voglia di libertà oltre i confini del possibile: che cos’è la mototerapia e chi è Vanni Oddera, l’uomo che entra su due ruote nei reparti di pediatria.

Vanni Oddera, il campione che entra in moto in ospedale

Com’è nata la tua passione per la motocross?

La passione per la moto ce l’ho dai primi ricordi di vita. Non capisco dove e come l’ho presa perché in famiglia nessuno ama le moto e anche nel paese dove stavo e dove sto tuttora, un piccolo paesino dell’entroterra ligure che si chiama Pontinvrea e ha 700 abitanti, neanche l’ombra delle moto.

Non so da cosa è nata la mia passione ma ho sempre avuto questo pallino. Il nonno mi aveva preso il cinquantino a 15 anni ma mi è durato 6 mesi, l’ho distrutto subito. Il vero inizio penso sia arrivato a 22 anni quando ho iniziato a lavorare in un ristorante e con gli stipendi mi sono fatto una specie di liesing per pagarmi la prima moto da cross vera e propria.

Quando hai capito che la tua passione non era fine a sé stessa ma che avrebbe potuto essere un bene anche per gli altri?

Quello l’ho capito nel 2009: ero a Mosca e ho incontrato un tassista senza gambe che mi portò in macchina. Ero lì per una gara molto importante, avevo appena finito e sono salito su questo taxi per andare alla festa e in quel momento ho visto questo tassista senza gambe, seduto sul suo piscio perché non riusciva nemmeno a scendere a pisciare. Non aveva nemmeno il catetere.

Cavolo, lì mi sono reso conto di quanta fortuna ci vuole nella vita, non solo talento, fortuna. Tante cose devono andare dritte altrimenti non ne esci dalla vita. Visto quello che avevo capito in un attimo, grazie al tassista, sono tornato in hotel e non sono più andato alla festa, una gran decisione. In hotel ho iniziato a pensare a come avrei potuto fare per migliorare il mondo intorno a me e lì mi è venuto in mente di regalare la mia passione agli altri.

La mototerapia: l’iniziativa su due ruote per i ragazzi disabili

Qual è stata la prima persona con cui ne hai parlato?

Mi è venuta in mente questa cosa a Mosca, sono tornato e ne ho parlato con Chicco. Chicco è un ragazzo che suona in una band e che in più lavora in un centro per disabili, un mio amico. Ne ho parlato a lui e mi ha detto ‘Figo! Te li porto lì ( i ragazzi [NdR]) quando ti alleni a casa così guardano l’allenamento’. Così è stato. Finito l’allenamento bellissimo con i ragazzi felici, uno di loro si avvicina e mi dice ‘ma posso fare un giro in moto?’. Io gli ho detto di sì e l’ho portato e in quel momento ho capito, ho capito tutto.

Possiamo dire che quella è stata la prima vera “sessione di mototerapia”?

Sì, nel 2009. Dopo poche settimane Chicco ha portato i ragazzi ad un mio allenamento.

Di che tipo di ragazzi parliamo?

Sono ragazzi con disabilità motorie. Io faccio eventi tutto l’anno, ovunque in giro per l’Italia, l’Europa, il mondo. Da quel momento in poi ho inziato a dire ‘ma quasi quasi, se mi chiamano per un evento a Roma io magari parlo col promoter e organizziamo la mototerapia anche lì, tanto le strutture sono già là’ ed è nato tutto così per poi andare avanti fino a oggi, quasi 11 anni.

Ovunque vado si organizza la mototerapia: a Mosca, in Uruguay, in Messico, in Spagna. Capita anche che lontano da casa trovo sempre un gruppo di altri freestyler che poi portano avanti quello che sto portando avanti io in Italia.

vanni oddera
Vanni Oddera durante una sessione di mototerapia in un ospedale di Londra. Fonte: Instagram

La parola “mototerapia” è quindi nata con te?

Sì anche se in realtà l’hanno fatta nascere, io non gliel’ho mai dato un nome. Non me ne fregava niente, l’importante era fare.

Come funzionano le sessioni di mototerapia?

Per ogni evento di motocross che organizzavo e organizzo cerco di portare avanti la mototerapia. Dopo alcuni anni mi è venuta in mente l’idea di andare dentro agli ospedali con le moto elettriche.

Vanni Oddera, la realizzazione del sogno: “L’ospedale si trasforma in un circo

Chi c’è, oltre a te, dietro la mototerapia?

C’è l’associazione sportiva e adesso stiamo mandando avanti il progetto così ma è tutto volontariato. Quest’anno purtroppo, da gennaio, non riusciamo più a fare show ed eventi quindi non stiamo guadagnando niente. Per fortuna abbiamo alcuni sponsor che ci coprono almeno qualche spesa di viaggio e trasferta ma è durissima.

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Vanni Oddera durante una sessione di mototerapia. Fonte: Instagram

Che sensazione è stata ed è entrare in ospedale con la moto?

Adesso è facile (ride [NdR]) però prima è stato molto difficile perché quando dicevi ‘moto’ dentro ad una corsia di oncologia pediatrica ti guardavano tutti con gli occhi increduli. Poi però, con le giuste precauzioni e i giusti protocolli, si è potuto fare ciò ed è spettacolare: l’ospedale si trasforma in un mega circo e smette di essere un ospedale.

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Una sessione di mototerapia. Fonte: Instagram

Che tipo di difficoltà hai dovuto affrontare, soprattutto all’inizio?

La più grossa difficoltà è stata quella burocratica che non c’è solo in ospedale ma in tutto quello che si fa in Italia, stremante. Prima di riuscire ad ottenere il primo permesso per far entrare una moto in ospedale è stato un parto. Ci sono voluti anni prima di riuscirci, poi per fortuna il Gaslini, che è un eccellenza mondiale per quanto riguarda la pediatria, ha creduto e visto una potenzialità nel mio progetto e ha dato l’ok, è stato il primo.

In che reparti entri con la tua moto?

Do sempre la precedenza ai reparti di pediatria e oncologia pediatrica che sono i reparti un po’ più brutti, dove i bambini ricevono meno attenzioni.

Cerco di andare in quelli poi quello che riesco a fare, faccio.

Emergenza Covid e mototerapia “Take-Away”

Quando i bambini ti vedono entrare vestito da “eroe”, con la tua moto e la tuta, cosa leggi nei loro occhi?

Leggo davvero la parola “wow”.

E tu come ti senti in quel momento?

Io mi sento bene. Mi sento ricco, ricco dentro, tanto.

Cosa urlano mentre sfrecciano per i reparti in moto con te?

Una delle frasi più belle è stata “che bello sentire il vento in faccia quando non c’è”.

Ti arricchiscono immensamente. Io lo faccio perché mi fa stare bene, lo dico, sono egoista. Quando tutti mi dicono “sei un angelo” mi girano i cogl**ni, gli angeli sono quelle persone che fanno delle cose anche senza voglia di farle. Io non faccio cose che mi pesa fare e sono cose che faccio per me stesso perché mi fanno stare bene, poi sicuramente danno un beneficio anche agli altri. Adesso poi è diventata proprio una malattia: dedico metà della mia vita agli altri. Sui social si vedono tante cose ma tutto quello che c’è dietro non si vede, dal prepararsi tutti di tutti i giorni o i momenti in cui invito i bimbi a casa mia: li faccio venire qui che è un bel parco giochi e arrivano insieme alle loro famiglie.

Altre volte vado a trovarli io, è un continuo.

Tante persone non riescono a capacitarsi del perché faccio tanto e pensano che io da questo ci guadagni qualcosa ma, quello che ripeto sempre, è che ci guadagno in emozioni. Adesso tirarla avanti è dura ma non mi lamento perché facendo il pilota da anni ho sempre guadagnato bene.

Speriamo però che riparta tutto, per ora posso dire che c’è sempre più gente che ci aiuta a portare avanti il progetto quindi va super bene così.

In questi mesi segnati dall’emergenza Coronavirus è nata la “Mototerapia Take-Away”, che cos’è?

Vuol dire che se c’è un bambino disabile che ha dei problemi, ora che le terapie sono tutte ferme, se vuole una giornata diversa ci può “ordinare” e noi ci organizziamo per raggiungerlo. Se c’è ad esempio un bambino a Torino e magari noi fra due settimane siamo proprio lì, ci organizziamo e raggiungiamo al contempo più bambini insieme che si trovano in zona.

Si tratta di un vero servizio a domicilio: loro ci ordinano e noi andiamo lì però poi siamo noi che portiamo via qualcosa. Ci portiamo via l’emozione, l’amore, la felicità e poi ovviamente tutte le cose che ci regalano come il vino e il cibo, facciamo sempre delle furgonate!

Fare del bene come terapia per l’anima

Anche per te e per chi lavora con te è una terapia, cosa ti rimane quando finisci una sessione di mototerapia?

Ti rimane quella sensazione che ti fa pensare che tutto potrebbe andare a rotoli da un momento all’altro, potresti anche morire in autostrada mentre stai ritornando ma in quel momento lo vivresti col sorriso, senza alcun peso e significa che hai fatto bene quello che dovevi fare.

Tu hai una figlia piccola Alma, anche lei viene con te a fare mototerapia?

Si alle mototerapie viene, Alma già da quando è nata è entrata in contatto con le varie disabilità e le varie malattie. Sta crescendo benissimo senza alcun pregiudizio tra bianco, nero, alto, biondo.

C’è stato un momento che su tutti ti è rimasto impresso nel cuore in questi 11 anni?

Tutti i momenti sono meravigliosi: da quando fai la sorpresa al bimbo a quando vedi piangere i suoi genitori.

La mototerapia non è solo fine a sé stessa per il ragazzo ma è una terapia anche per la famiglia. È un momento di forte aggregazione: le famiglie si conoscono tra di loro, vedono che i problemi li hanno tutti e capiscono di non essere i soli a combattere. Diventa una piccola comunità che si dà forza l’un con l’altro e si comprende a fondo che la famiglia del Mulino Bianco non esiste, è solamente una pubblicità degradante per tutte le famiglie. In tutte ci sono mille problemi ma ormai va di moda far vedere che non ci sono ed è sbagliato perché le persone poi crescono in un’ideale di utopia che non raggiungeranno mai e vivranno con questo malessere.

L’incontro con Veronica Franco, morta di leucemia a soli 19 anni

Conoscevi bene Veronica Franco, la ragazza di 19 anni che ha incantato il pubblico di Tu Sì que Vales con la sua voce e che ha perso la sua battaglia contro la leucemia. Quando vi siete conosciuti?

Veronica Franco l’ho conosciuta sentendola cantare al Regina Margherita di Torino dove era ricoverata. Ho sentito quella voce e, mio dio, era mostruosa.

Non c’è niente da organizzare quando hai una voce così, è andata da sola e per quello che ho potuto l’ho aiutata passandole tutti i contatti che avevo. Dopo averla conosciuta siamo diventati amici e lo siamo stati per 3 anni, le avevo anche fatto festeggiare il compleanno a casa mia nel maggio scorso, in pieno periodo Covid, eravamo molto amici. Era proprio brava a cantare ed io non facevo altro che proporla a tutti quelli che conoscevo solo che tante trasmissioni non l’hanno presa per la sua malattia perché sarebbe stata molto difficile da gestire ahimè. Però almeno una piccola soddisfazione alla fine è riuscita ad averla… tante persone rendono giustizia solo troppo tardi, quando viene a mancare la persona in questione e questo dispiace.

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Ciao Amica mia!!! Questa è stata l’ultima volta che sei salita in moto con me neanche tre mesi fa e oggi tutti ti salutano per un ultima volta nella tua città di Biella. La vita … che beffa eh !!?? Mi chiedo se ne vale la pena? Perché combattere? Perché soffrire? Ma sopratutto perché tu? Tu, che nella tua vita non hai mai fatto nulla di male e non non hai avuto neanche il tempo di sbagliare. Anche con i giorni che stringeva non ti sei mai abbandonata a vizi o frivolezze, tu hai usato i tuoi pochi anni di vita per donare alle persone amore e speranza combattendo fino all’ultimo respiro. Non aspettate la morte per accorgervi delle persone, donate il vostro tempo a chi ne ha bisogno perché questo è il dono più prezioso che si può dare a chi sta male. Tu amica mia, hai donato speranza e illuminato il mio cammino. Grazie Veronica ❤️

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Hai altri progetti in cantiere oltre alla mototerapia?

Adesso, con l’emergenza Covid in corso, si è fermato un po’ tutto. Volevo riuscire ad entrare, dopo gli ospedali, anche dentro ai carceri per fare degli eventi non tanto per i carcerati ma per le loro famiglie. Volevo riuscire a fare delle giornate all’interno delle prigioni in cui venissero invitate anche le loro famiglie dove per una volta anche i loro figli potessero vivere un momento privilegiato grazie al loro show privato.

Purtroppo però, come dicevo, con l’emergenza si è fermato tutto ma per i progetti in generale basta rivisitare cose che già sono state fatte in passato da altre persone come Johnny Cash che andò a cantare nel carcere di San Quintino. Basta guardarsi intorno, farsi un bel giro tra ciò che è già stato fatto, rivederle, riadattarle e farle col cuore.

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