Il Linguafondaio: Manolo Trinci

Sono stato fidanzato cinque anni con Francesca; Luca è stato il mio primo amore; Ho comprato queste scarpe anni fa; Mi sono spostato nel 1998.

Nel Sud Italia ancora lotta e resiste; in Sicilia, addirittura, se ne abusa ed è parte integrante del dialetto (Stamattina feci colazione al bar); nella parte centro-settentrionale del nostro Paese, invece, esclusa la Toscana, è moribondo.

Il passato remoto perde colpi

Il passato remoto, soprattutto nel parlato e nello scritto colloquiale, perde colpi e viene spesso sostituito dal passato prossimo. Forse perché non è facile da formare?

Forse pensiamo che il suo uso in certi contesti (come in chat o in famiglia) sia troppo ricercato e optiamo quindi per formule più comprensibili, efficaci e diffuse? Forse. Fatto sta che anche in contesti più sorvegliati, come in tivù, nei giornali e in alcuni documentari storici, dove l’uso corretto dei diversi tempi verbali dovrebbe essere d’obbligo, per dare maggiore ricchezza alla narrazione, fa fatica a emergere.

Col passato prossimo si rischia meno

Il passato prossimo è un tempo verbale sicuramente meno rischioso, più semplice e più diffuso, quindi più familiare; è facile da costruire sia nel parlato sia nello scritto e dà sicuramente meno scandalo di un indicativo usato al posto di un congiuntivo.

Nel passato remoto, invece, diverse prime persone singolari, e non solo, si sdoppiano: aprii la porta e apersi la porta; gli entrambi corretti diedi e detti; per non parlare, poi, dello spigoloso passato remoto di cuocere.

Il passato prossimo e il passato remoto hanno una doppia natura: una che segue la grammatica e un’altra che segue la nostra personalissima percezione degli eventi. Infatti, non ci dicono soltanto se un fatto è vicino o lontano rispetto a chi parla o a chi scrive; ma il parlante o lo scrivente possono usare questi tempi verbali anche per indicare dei fatti che sentono o come psicologicamente vicini (il passato prossimo) o come psicologicamente lontani (il passato remoto).

Abbiamo fatto il Sessantotto!

Dalla bocca di mio nonno usciva spesso un Ho fatto la Resistenza!; e la stessa cosa capitava di sentire tra i banchi di scuola, quando qualche mio insegnante si vantava di aver fatto il Sessantotto (Noi abbiamo fatto il Sessantotto!

). Fatti, questi, che un giovane ragazzo, invece, dovrebbe trattare – come è giusto che sia ‒ con la freddezza e con l’oggettività storica del passato remoto, perché i fatti sono distanti (soprattutto psicologicamente) dal suo 2020: Mio nonno fece la Resistenza; Il mio professore fece il Sessantotto.

La differenza quindi tra i due passati in teoria è molto semplice, nella pratica un po’ meno.

Il problema sono le desinenze diverse rispetto a quelle di altri tempi e, per alcuni verbi, il cambiamento del tema verbale, tutte cose che non sono sempre regolari e facili da ricostruire, soprattutto nell’immediatezza del parlato.

È più agevole, per esempio, dire sono stato al posto di fui; ho cotto piuttosto che cossi.

Gigi Proietti, Toto e il passato remoto

A tal proposito, mi viene in mente lo sketch “Toto e la saùna” dell’indimenticabile Gigi Proietti, il quale mentre raccontava le (dis)avventure di Toto, inventava passati remoti, sostituendo entrò con *entrotte; volle andare con *vorse anna’; venne con *vinne; ebbe aperto con *ebbe oprito e tanti altri. Tra una risata e l’altra, il grande mattatore riusciva a ironizzare sulla difficoltà legata a questo insidioso tempo verbale, difficoltà in cui il pubblico poteva facilmente ritrovarsi.

*L’asterisco segnala le forme agrammaticali, cioè non corrette.

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La prima parola del Linguafondaio: Evviva gli anglismi!