Paolo Borzacchiello La Parola Magica

Se io mi volessi rivolgere a una persona che non ha ancora ben chiara la propria identità di genere o che sta semplicemente attraversando una fase della sua vita in cui sta decidendo in quale “pelle” si sente più a suo agio, dovrei stare attento, per rispettare la persona con la quale sto parlando ed evitare che i miei pregiudizi o le mie abitudini le arrechino danno.

Perché, contrariamente a quel che molti credono, anche la scelta della vocale da utilizzare alla fine di un aggettivo può rappresentare una importante differenza.

Questioni di vocali

Che cosa chiedo, quindi, a una persona che si definisce “non binary”, ovvero priva della rigida distinzione “maschio – femmina”? Prima di dedicarci a queste sottili (che poi sottili non sono) disquisizioni, dobbiamo tuttavia rilevare che ancora oggi, primi mesi del 2021, spesso anche chi si occupa di comunicazione istituzionale dimostra di avere in testa preconcetti difficili da estirpare e di essere ignorante, in materia di diritti s’intende, come una panchina (che dire ignorante come una capra sarebbe offensivo per un animale che, tutto sommato, dimostra di avere un certo piglio).

Confcommercio, 1920.

In realtà, parliamo di una campagna di Confcommercio che sembra stata scritta nei primi anni 20 del secolo scorso e che invece è stata concepita a dicembre appena trascorso.

Nell’epoca storica in cui si combattono ogni giorno sacrosante battaglie che riguardano pari diritti e pari opportunità, il geniale pubblicitario di Confcommercio se ne esce con un cartellone in cui vediamo raffigurata la silhouette di un uomo, dotato di occhi e naso, vicino alla dicitura “un lavoratore, un padre che guarda speranzoso al futuro”.

A fianco a lui, senza occhi ne naso, la sagoma di una donna, recante la dicitura “sua moglie, la sua famiglia” e, infine, piccolo e pure lui senza naso, il figlio, vicino alla scritta “suo figlio, il suo futuro”.

Difficile immaginare una comunicazione peggiore di questa: l’uomo è l’unico che lavora, la donna è raffigurata più piccola e senza accessori sensoriali, sia la donna sia il bambino sono di proprietà del padre famiglia (“sua”, “suo”) e via discorrendo, implicazione dopo implicazione. Certamente, di strada ce n’è ancora da fare, e parecchia.

Di fronte a uno scempio del genere, parlare di asterischi e vocali può sembrare persino troppo, ma noi siamo persone audaci e proseguiamo con fiducia.

Vocali e asterischi, dunque

Veniamo alla questione vocali che, per noi, senza entrare nel merito della questione dal punto di vista del contenuto, diventa un eccellente esercizio per sviluppare nuove capacità linguistiche.

Una domanda semplice e in apparenza banale come “ti sei divertito ieri sera?” può nascondere delle insidie. La persona che la riceve pensa a se stessa, a prescindere dal corpo che indossa, come a un uomo o a una donna? E poi, ha già deciso?

Divertito? Divertita? Divertit*? Si tratta di un dilemma linguistico che, a livello scritto, possiamo risolvere abbastanza agevolmente ma che, a livello conversazionale, può rappresentare qualche difficoltà, per superare le quali dobbiamo pensare alla realtà in modo diverso.

Dobbiamo imparare a guardare le cose da un altro punto di vista, a spostare il nostro focus e quindi a sviluppare nuovi modi di vedere la stessa cosa. “Ti sei divertit* ieri sera?”, in questa trasformazione linguistica che poi diventa una trasformazione del reale, diventa “come è stata la festa ieri sera?”: una domanda aperta che in nessun modo vincola la risposta di chi la riceve e permette di esprimersi come meglio crede.

È un cambio di paradigma, più audace di quanto forse potrebbe sembrare a qualcuno. “Sei stat* davvero stupid* a fare quella cosa”, potrebbe scapparvi di dire sul lavoro a qualcuno che non ha piacere né di sentirsi dare dello stupido, né della stupida (cosa che, a prescindere dal sesso o dal genere, non è comunque piacevole per nessuno). Ecco allora che potreste trasformare il tutto in “ieri hai fatto una stupidata”, oppure “la cosa che hai fatto ieri è stata decisamente sciocca”, passando così da un feedback sulla identità (già spiacevole di suo, figurarsi se c’è di mezzo pure il genere) a un feedback sul comportamento eseguito, che peraltro è anche molto più costruttivo ed efficace.

Le ripercussioni, a livello di coscienza collettiva, potrebbero essere enormi, e positive. Mi spiego. Esiste un principio, chiamato “ipotesi di Sapir-Whorf” o “ipotesi della relatività linguistica”, che afferma che lo sviluppo cognitivo di ciascun essere umano è influenzato dalla lingua che parla. Da questo punto di vista, per l’appunto, uno dei modi per superare in modo definitivo tutti i pregiudizi e preconcetti collegati alla identità sessuale e al genere, potrebbe essere quello di… parlare di altro.

Ovvero: proprio avendo ben presente la delicatezza e l’importanza del tema, sforzarci tutti insieme di creare, con le nostre parole, un mondo così diverso e così inclusivo da rendere l’identità di genere non prioritaria rispetto al resto. Attenzione, perché sia chiaro (è un tema così caldo che basta una virgola fuori posto per scatenare un putiferio in qualche lettore ottenebrato dalla propria cecità selettiva): la questione della identità di genere è importantissima e il fatto di definirla “non prioritaria” rispetto al resto significa che, se pensiamo come nell’esempio a una festa, non dovrebbe contare se la persona che abbiamo di fronte sia uomo donna o altro: dovrebbe contare solo il suo sentimento sulla festa, sentimento che dovrebbe prescindere da qualsiasi altra considerazione.

Spostando il focus sul “come è stata la festa”, dichiariamo che abbiamo superato la questione di “identità”, che non ci interessa che tipo di sesso si senta in testa il nostro interlocutore, che ci interessa solo di come ha vissuto l’esperienza.

Insomma, un lavoro importante e raffinato che, se applicato da tutti e con costanza, può portarci concretamente a vivere una realtà in cui di certi argomenti non si dovrebbe nemmeno più parlare.

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