Paolo Borzacchiello La Parola Magica

I fatti sono più o meno noti (a seconda di quanto leggete i giornali): il Ministro degli Esteri Luigi di Maio, noto anche per l’uso spericolato e spesso maldestro dei congiuntivi (basta cercare su Google per avere una carrellata di errori clamorosi compiuti dal Ministro medesimo), intervistato da Lucia Annunziata su Rai tre, a domanda risponde: “Il presidente Conte ha detto chiaramente che qualora Renzi staccava la fiducia al governo non ci sarebbe stata la possibilità di ritornare con Renzi”. Qualora – Renzi – Staccava. Apriti cielo.

Al di là dell’imbarazzante scelta della metafora (chissà cosa intendesse il Di Maio, forse qualcosa di simile a staccare la spina? Chissà come si può fare a staccare la fiducia, non è al momento dato saperlo), emerge l’uso orribile di quel “staccava” che, per l’ennesima volta, ci offre l’immagine di un politico che con i verbi e la consecutio temporum pare proprio avere dei problemi.

A me piace sempre pensare che una persona chiamata a prendere decisioni importanti abbia come minimo la padronanza della lingua italiana (figurarsi un Ministro degli Esteri), visto e considerato che, scienza alla mano, la povertà linguistica si traduce in povertà di ragionamento e in scarsa capacità di risolvere problemi complessi.

Ma tant’è: sono un sognatore e sogno politici che sappiano parlare correttamente la nostra amata lingua, me ne farò una ragione. Quello che più mi ha scioccato non è tanto stato l’ennesimo errore grammaticale di Di Maio, perché a quello sono abituato e, anzi, di solito rimango sorpreso quando i congiuntivi li azzecca.

Quello che mi ha scioccato è stata la difesa del suo staff, il quale puntualizza, lo staff, che va tutto bene, che “nel parlato si usa” (cit.). Ah, beh, ho pensato: se lo dice il suo staff, allora siamo a posto. O forse no.

Da qui, il mio accorato appello a tale staff, che trovate nelle righe che seguono.

Caro Staff di Di Maio

Caro Staff di Di Maio, iniziamo con il dire che avete ragione, da un certo punto di vista: lo scempio linguistico del vostro rappresentato, nel parlato, ci sta. Sono certo che abbiate scritto questa giustificazione con in mente l’asse diastratico della comunicazione, ovvero quell’asse che misura il tipo di linguaggio in funzione del ruolo sociale che la persona che parla o scrive riveste.

Avevate in mente quello, vero? Perché, in effetti, come darvi torto, se un venditore di bibite (detto anche bibitaro, in gergo), allo stadio, dopo aver dato una bibita a un tifoso della squadra in campo, se la vedesse restituire con la scusa dell’averci ripensato, il bibitaro potrebbe rispondere: “eh beh, se non la volevi, me lo potevi dire”, spargendo imperfetti come se non ci fosse un domani e dimenticandosi di qualsiasi altro modo e tempo verbale, soprattutto del congiuntivo trapassato.

Fra un bibitaro e un tifoso, ci sta. Dai, diciamo che sia accettabile. Mica vogliamo pretendere che allo stadio si usino i congiuntivi, eh. Non sia mai.

La cosa cambia se dal punto più basso dell’asse diastratico si sale verso la cima, dove sono collocati, toh, medici, notai, ministri.

Persone, insomma, che per il ruolo che rivestono dovrebbero parlare in un certo modo. Comprensibile, s’intende, ma formalmente corretto.

Ora, non pretendo che voi spieghiate al Di Maio che deve imparare a parlare con i trapassati, poiché potrebbe intendere il vostro invito come l’esortazione a una carriera da medium, ma voi per primi, almeno, evitate di giustificarne le mirabolanti gesta.

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Quindi, se accettiamo che nel parlato si possa fare scempio dei congiuntivi in alcuni contesti, lo accettiamo meno in altri contesti e in altri luoghi.

Perché, caro Staff, elargendo voi sentenze su quel che si può e quel che non si può fare, suppongono abbiate anche in mente l’asse diamesico della comunicazione, ovvero l’asse che misura la variazione del linguaggio in funzione del mezzo sul quale il linguaggio è espresso. Per dirla semplice: allo stadio non si parla come in televisione. O meglio, non si dovrebbe parlare come in televisione. Allo stesso modo, il messaggio che mandi a un amico via Telegram avrà caratteristiche diverse da quelle che potrebbe avere una e-mail professionale e così via: il concetto, caro Staff, dovrebbe esservi chiaro, visto che decretate pubblicamente che cosa si può fare e che cosa, invece, non si può fare. Dovreste anche sapere, e qui concludo, che a volte il silenzio è uno strumento comunicativo utile e molto potente.

La vostra difesa a spada tratta del vostro datore di lavoro è ammirevole e comprensibile: al tempo stesso, peggiora la situazione che avrebbe dovuto migliorare. E qui, dunque, si apre uno scenario diverso, per cui è necessario un altro appello. Pure questo, s’intende, accorato.

Caro Di Maio

Dopo aver scritto al suo Staff e spiegato al suo Staff medesimo che la loro difesa delle sue castronerie linguistiche è stata davvero fuori luogo e, soprattutto, è stata la manifestazione di un livello di ignoranza della materia persino peggiore di quello che ci si sarebbe ascoltati sentendola parlare, rivolgo un appello anche a lei.

Come certamente sa (come vede, le attribuisco grandi meriti, a prescindere e sulla fiducia), il modo in cui una persona parla dichiara il modo in cui una persona pensa. Anzi, di più: il modo in cui una persona parla è strettamente correlato alle sue capacità logiche e di pensiero critico. Gliela faccio semplice (fidarsi è bene, dopotutto, ma non fidarsi è meglio): meno parole = meno capacità di pensiero. Povertà linguistica e povertà logica si autoalimentano.

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Non è possibile fare ragionamenti logici di un certo spessore se il parlante (chi parla, insomma, giusto per essere chiari) non ha adeguate proprietà di linguaggio. Lei è chiamato, non si è capito bene da chi ma è comunque stato chiamato, a rappresentare l’Italia nel Mondo e a gestire situazioni politiche complesse, sia a casa nostra sia in uno scenario internazionale. Il mio parere, umilissimo e garbato, è che lei dovrebbe – come anche molti suoi colleghi, va detto – lavorare un po’ sul linguaggio, migliorare la sua esposizione, migliorare il suo italiano, perché da tali miglioramenti seguirebbero altrettanti miglioramenti in campo cognitivo.

Se non si fida di me, chieda alla scienza: qualsiasi recente ricerca le confermerà quel che dico. Come direbbe un mio collega, che qui su The Social Post ha una interessantissima rubrica al cui studio la rimando, le mancano “le basi proprio”. E, come direbbe invece un suo amico o nemico (dipende dalle tornate elettorali), “mi consenta”: lei, a noi elettori, almeno qualche congiuntivo ce lo deve.

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