Paolo Borzacchiello La Parola Magica

Eviterò di parlare di Trump, nonostante il titolo, perché parlare di lui significherebbe polarizzare il dibattito, a causa dei bias cognitivi che inevitabilmente fanno parte delle nostre architetture mentali.

I tifosi di Trump leggerebbero le righe seguenti con un certo tipo di atteggiamento, i nemici di Trump le leggerebbero con un altro tipo di atteggiamento, e questo secondo me nuoce alla causa, poiché quando parliamo dell’effetto che le parole fanno sul cervello umano non ci devono essere bandiere politiche o preferenze personali. È indubbio che il tema delle parole, in questi giorni, sia al centro dell’attenzione: Trump incita davvero alla violenza?

Hanno fatto bene a chiudere i suoi account social? Chi lo sa. Io mi occupo di parole, e di queste adesso parliamo.

Le parole fanno cose?

Certamente sì. Le parole con cui descriviamo i fatti hanno il potere di far apparire quei fatti in un modo o nell’altro e di orientare dunque i nostri comportamenti.

Se noi, ad esempio, immaginiamo di descrivere l’immigrazione come una “ondata, possiamo aspettarci reazioni specifiche da parte di chi riceve le informazioni, soprattutto considerato il fatto che il nostro Stato è spesso descritto in chiave metaforica come un corpo umano: gli organi di governo, il capo di stato, l’ossatura del sistema giuridico e così via.

Se noi, cioè, abbiamo in testa che la Nazione in cui viviamo sia “un corpo”, allora pensare agli immigrati come a un’onda che sta per travolgerci assume un significato molto particolare e può portarci a reagire in modo severo.

Uno studio recente ha testato il potere d’influenza di un framing metaforico sul posizionamento riguardo al tema dell’immigrazione (Landau et al. 2009) utilizzando un testo in cui si descriveva la nazione in termini metaforici (es. “Il Paese è stanco”, “Il Paese è forte”, “Dobbiamo rialzarci”, “Siamo seduti” e così via) relativa alla metafora “Le Nazioni sono un corpo”) e uno in cui si utilizzava un linguaggio letterale.

Coloro che erano stati influenzati in precedenza con una lettura metaforica del fenomeno immigratorio tendevano a reagire in modo appunto più aspro rispetto a chi era stato posto di fronte a semplici dati: “siamo di fronte a una ondata immigratoria”, insomma, ci fa votare misure decisamente diverse rispetto a “molte persone stanno migrando”.

Le parole creano atti di guerra?

La stessa cosa vale anche per altri contesti. Se parliamo, ancora una volta, di Nazione come di un “corpo” umano (e non è obbligatorio esplicitare l’analogia, cioè dire “La Nazione è un corpo”, basta dire che a CAPO del Governo abbiamo… che il BRACCIO DESTRO del tal politico è… e così via) e poi, per esempio, definiamo la criminalità come una “belva feroce” o come un “virus”, avremo anche in tal caso reazioni diverse.

Molto diverse.

Risultano di particolare interesse, in tal senso, alcune ricerche in cui è stato testato il potere d’influenza di una comunicazione di tipo metaforico rispetto alla questione del crimine. Lo studio ha mostrato evidenza dell’influenza di una determinata narrazione di stampo metaforico (“Il crimine è una belva feroce” o “Il crimine è un virus”) riguardo alla selezione di informazioni utili per prendere una decisione informata sul tema della criminalità, sulla scelta delle misure da adottare per risolvere il problema e di conseguenza sulle posizioni politiche sostenute dai partecipanti.

Nello studio i ricercatori hanno mostrato ai partecipanti un report riguardo all’aumento del tasso di criminalità nella loro città e chiedevano loro di suggerire una soluzione. Se i partecipanti avevamo letto una storia in cui il crimine era descritto metaforicamente come un virus, erano più propensi a scegliere soluzioni quali: “ricercare la causa alla radice”, “proporre riforme sociali”, “eliminare la povertà” o “aumentare l’educazione.

Mentre i partecipanti che avevano letto la narrazione in cui il crimine era descritto nei termini di una bestia erano più propensi a scegliere soluzioni quali: “acciuffare e metter in prigione i criminali”, “proporre leggi più dure” e “aumentare le punizioni”.

Ovvero: a parità di dati presentanti, le persone sono disposte a votare misure sociali o… armi. Tutto sta nel potere della metafora, che è sottile, che agisce nell’inconscio, che muove pensieri e azioni senza che nessuno se ne accorga. Non è un caso che, ad esempio, a destra si utilizzi cento volte di più il frame “animali” e “belve” per riferirsi a criminali e stupratori di quanto si faccia a sinistra.

Votate chi vi pare, naturalmente

Nonostante gli esempi citati richiamino, evidentemente, un noto politico italiano di destra e l’attuale situazione politica in America, si tratta di un richiamo all’ordine del tutto privo di intenti politici: in altri articoli, mi sono cimentato con analisi delle comunicazioni provenienti più da sinistra, rilevando anche in quei casi una serie di problemi di cui val la pena parlare.

Insomma, sia chiaro: votate chi vi pare, l’importante è che abbiate chiaro in testa che le vostre reazioni emotive potrebbero non essere collegate ai dati di cui venite a conoscenza (quanti immigrati, quanti criminali e così via) ma al modo in cui le informazioni vi vengono presentate, in modo conscio o meno (mi piace sempre concedere il beneficio del dubbio).

E, dal canto vostro, ricordatevi che le prossime idee che presenterete ai vostri cari o al vostro team appariranno molto diverse a seconda del tipo di metafora che sceglierete. I dati, insomma, contano poco rispetto al modo in cui sono descritti. Irrazionale, assurdo, ma è cosi: non possiamo controllare il modo in cui il nostro cervello funziona (Daniel Kahneman sarebbe certamente d’accordo), ma possiamo almeno gestirlo.

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