Cronaca

Omicidio Giulio Regeni, un testimone lo avrebbe visto nella stazione di polizia

Nella drammatica vicenda di Giulio Regeni, emerge ora una testimonianza che piazza il ricercatore italiano nella stazione di polizia de Il Cairo, poco prima della morte
manifestazione per giulio regeni

A pochissimi giorni dal triste anniversario del giorno della scomparsa di Giulio Regeni, emergono nuovi dettagli che gli inquirenti di Roma avrebbero raccolto per far luce sull’atroce morte del ricercatore italiano. Già al momento della chiusura delle indagini erano emerse numerose testimonianze: ora ci sono nuovi elementi che alimentano la tesi secondo cui Giulio sia stato ucciso dall’NSA egiziana.

Le testimonianze su Giulio Regeni

Dopo essere stato visto e sentito per l’ultima volta il 25 gennaio 2016, il corpo martoriato e torturato di Giulio Regeni viene trovato a lato di una strada, una settimana dopo.

In questo tempo vuoto, è custodita la verità che la famiglia sta cercando di ottenere ormai da 5 anni. Un mese fa, la Procura di Roma ha iscritto 4 agenti del servizio segreto egiziano nel registro degli indagati. I nomi si sanno da tempo, ma dall’Egitto non hanno mai fatto pervenire i loro indirizzi o altro, inasprendo così le relazioni diplomatiche legate a doppio filo dalla morte di Regeni.

Tra le carte in mano alla procura, 5 testimoni che avrebbero visto Regeni in quello spazio di tempo che va dalla scomparsa alla tragica morte.

Uno di loro lo ha posizionato nella “‘stanza 13’ dove vengono portati gli stranieri sospettati di avere tramato contro la sicurezza nazionale“. Lo ha visto lì il 28 o 29 gennaio, assieme ad alcuni agenti e catene di ferro con cui legavano le persone, lui era mezzo nudo e aveva sul torace segni di tortura e parlava in italiano“.

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Giulio Regeni visto nella stazione di polizia

Tra quelle testimonianze, c’è probabilmente quella che ora viene analizzata dal The Guardian.

Il quotidiano inglese afferma infatti che la Procura di Roma ha rinominato Delta, Epsilon e Gamma alcuni testimoni chiave. Il primo è quello che afferma di aver visto Giulio Regeni dentro la stazione di polizia di Dokki, quartiere de Il Cairo. La fonte avrebbe parlato espressamente della National Security Agency, specificando che “Tutti quanti ne hanno paura“.

Nello specifico, Delta avrebbe dichiarato quanto segue: “Un uomo è stato portato dentro attorno alle 8 o 9 di sera – riporta il The GuardianParlava in italiano e chiedeva di parlare con un avvocato e il consolato.

Solo dopo aver visto le foto su internet, ho capito si trattasse di Giulio Regeni“. In un altro passaggio, il testimone avrebbe dichiarato che gli agenti di sicurezza avrebbero ordinato di “lasciarlo dentro il frigorifero“, frase che potrebbe riferirsi ad una stanza usata anche per torture.

Il cellulare di Giulio Regeni

Dalla testimonianza di Delta, sarebbero emersi dettagli anche riguardo il telefono del ricercatore di Cambridge. Un agente avrebbe ordinato ad un altro di scendere, spegnere il telefono e risalire: sarebbe questo una delle operazioni di depistaggio messe in atto per non far risalire l’ultima posizione di Regeni alla stazione di polizia.

Sempre Delta, che il Guardian riporta come “fonte credibile” per gli investigatori italiani, avrebbe inoltre testimoniato che Regeni è stato bendato e portato nel centro di alta sicurezza di Lazoghy, a circa 6 chilometri da Dokki.

La testimonianza di Epsilon e Gamma

Da ultimo, l’approfondimento del quotidiano cita anche le testimonianze di Epsilon e Gamma, gli altri testimoni chiave della Procura. Il primo sarebbe stato impiegato proprio nel centro di Lazoghly ed è lui che avrebbe visto Regeni mezzo nudo e con segni di torture sul corpo.

Infine, le parole di Gamma avrebbero dato ai procuratori un quadro più chiaro sulla vicenda di Regeni, ritenuto senza ragione valida parte di un progetto di rivoluzione in Egitto. Gamma avrebbe riferito che il maggiore Magdi Sharif (uno degli indagati) durante una conferenza a Nairobi avrebbe detto: “Pensavamo fosse una spia inglese, lo abbiamo preso, sono andato e dopo averlo caricato in macchina abbiamo dovuto pestarlo“.

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