rosina cassetti

Si infittisce il numero di elementi sul tavolo delle indagini per la morte di Rosina Carsetti, 78enne massacrata nella sua casa di Montecassiano (Macerata) nel pomeriggio della scorsa vigilia di Natale. Spunta la testimonianza di un’amica della vittima che avrebbe raccolto una sua confidenza sulla paura di essere uccisa. In carcere dal 12 febbraio scorso, accusati di concorso in omicidio volontario premeditato pluriaggravato dalla minorata difesa, si trovano la figlia 49enne della donna, Arianna Orazi, e il nipote 20enne Enea Simonetti.

Rosina uccisa a Montecassiano: parla un’amica

Tassello dopo tassello, la ricostruzione dei fatti che hanno portato alla morte la 78enne nella sua abitazione di Montecassiano si fa mosaico sempre più complesso e articolato.

Sul tavolo di chi indaga, secondo gli ultimi sviluppi che hanno condotto all’arresto di figlia e nipote della vittima, ci sarebbero diversi elementi a carico dei due ora accusati di concorso in omicidio volontario premeditato pluriaggravato dalla minorata difesa. Il marito dell’anziana, Enrico Orazi, 79 anni, risulterebbe indagato in libertà.

Ai microfoni di Pomeriggio Cinque, un’amica di Rosina ha rivelato una confidenza ricevuta dalla donna: “Me lo diceva Rosi che Enea poteva farlo, mi diceva sempre che poteva essere il nipote“.

Secondo questo racconto, da diversi mesi la 78enne avrebbe manifestato la sua paura di essere uccisa, in particolare dai due componenti della sua famiglia ora in cella.

La testimone parla anche di una presunta lettera che l’anziana le avrebbe voluto scrivere per spiegare la verità in caso le fosse successo qualcosa di terribile, una missiva che invece non avrebbe fatto in tempo a confezionare.

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Figlia e nipote arrestati non rispondono al gip

Una famiglia, quella di Rosina, su cui il fuoco dell’attività investigativa si era acceso poco dopo il delitto, e che ora è sotto i riflettori tra un bagaglio imponente di interrogativi e tanti “non detto”.

Come quelli dietro cui si sarebbero trincerati i due arrestati che, riporta Ansa, non avrebbero risposto alle domande del gip di Macerata Giovanni Maria Manzoni.

Nell’immediatezza dei fatti, i familiari di Rosina Carsetti avevano parlato di una rapina finita nel sangue, messa a segno da una sola persona che si sarebbe introdotta nell’abitazione celando la sua identità sotto una maschera, indossando abiti scuri e calzari.

Una versione che non avrebbe convinto gli inquirenti fin dalle prime battute d’indagine e che presenterebbe diversi punti deboli. Per questo sarebbero scattate le misure cautelari per 2 dei 3 indagati, accusati anche di simulazione di reato, maltrattamenti ed estorsione. Sullo sfondo dell’omicidio, secondo l’accusa, si innesterebbe il tessuto livido di una difficile convivenza tra la vittima e i parenti. C’è poi un fatto del 19 dicembre scorso, quando Rosina si sarebbe rivolta a un centro anti-violenza per chiedere aiuto.

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