Paolo Borzacchiello La Parola Magica

Il discorso di Draghi, dal punto di vista stilistico semantico e sintattico è praticamente ineccepibile, distante anni luce dalle brutture di Conte, Casalino e compagnia bella. Un discorso di grande emozione, un po’ troppo ruffiano con la classe politica a cui si rivolge, con una quantità davvero troppo abbondantemente di lodi e ringraziamenti a tutti, anche a chi si è dimostrato pesantemente al di sotto della soglia minima di intelligenza richiesta dalla situazione che stiamo ancora vivendo. Avete presente, tra le tante oscenità politiche di questi mesi, la questione degli impianti sciistici, avvisati della loro chiusura venti minuti prima della chiusura effettiva, dopo giorni di silenzio in cui tutti si sono organizzati per poter lavorare?

Non si discute, ovviamente, del merito, ovvero se sia giusto o sbagliato chiudere gli impianti. Si discute dell’opportunità di avvisare migliaia di operatori del settore circa il fatto che non potranno lavorare… la sera prima dell’apertura. E non è una novità: ricordiamoci bar e ristoranti che, nel penultimo passaggio da zona arancione o gialla, non hanno saputo fino al giorno prima quale sarebbe stata la loro sorte.

Governo Draghi e il fallimento della politica

Insomma, quando Draghi dice: “Si è detto e scritto che questo governo è stato reso necessario dal fallimento della politica.

Mi sia consentito di non essere d’accordo”, io risponderei che certamente è consentito (siamo in un Paese libero o, almeno, questa è la versione che ci vendono) ma che, a dirla tutta, il suo disaccordo sa più di ruffianata a una manica di incapaci o, che è peggio, a una personale messa in sicurezza, visto che alcuni di quegli incapaci sono stati da lui riconfermati.

Tra l’altro, pare che comunque una frecciata a Speranza (nomen omen) l’abbia lanciata, dicendo: “Ci impegniamo a informare i cittadini di con sufficiente anticipo”.

Sufficiente anticipo, Speranza. Sufficiente anticipo, capito? Ma torniamo al nostro discorso, che la zona arancione incombe ancora e nessuno qui sa quanto tempo resta per bersi un caffè al bar.

I punti di forza nel discorso di Draghi: le motivazioni giuste, nel giusto ordine

Uno dei punti di forza del discorso di Draghi, al di là – ripeto – del contenuto del discorso stesso, è l’utilizzo di leve motivazionali in un ordine molto preciso, che rispecchia perfettamente il funzionamento della motivazione endogena tipica di qualsiasi essere umano.

A livello di strategia di funzionamento interno, infatti, noi siamo primariamente motivati dal bisogno biologico di evitare pericoli e solo in subordine dal desiderio di ottenere riconoscimenti e premi. In gergo psicologico, si parla nel primo caso di avversione alla perdita e, nel secondo caso, di propensione al guadagno.

È interessante, poiché a queste leve interne che funzionano a prescindere e per proteggerci, corrisponde un diverso cocktail ormonale nel nostro corpo: mix di ormoni dello stress quando parliamo di avversione alla perdita (tra cui regna il cortisolo) e mix di ormoni del benessere quando parliamo di guadagnai (tra i quali la dopamina vince a mani basse).

Combattere con ogni mezzo la pandemia

Se Conte, con il suo linguaggio debolissimo (ricordate “non avere paura”, “non cadere nel baratro” e “non tramiamo nell’ombra”? Se non ve li ricordate, ve li ricordo io, così evitiamo il rischio che gli occhi rossi di Casalino durante il saluto strappalacrime di Conte ci facciano dimenticare gli imbarazzanti e dannosi discorsi che ha scritto per il suo front man), pescava nel torbido della norepinefrina, Draghi spruzza endorfine e dopamina per bilanciare la paura con la speranza, l’attenzione dovuta alla situazione seria con la speranza per un futuro migliore.

Ecco qui. Inizia con “combattere con ogni mezzo la pandemia (avversione alla perdita, nda) e di salvaguardare le vite dei nostri concittadini (propensione al guadagno, nda)”. Oppure, ad esempio: “siamo consci del loro enorme sacrificio (perdita, nda). Ci impegniamo a fare di tutto perché possano tornare alla normalità (guadagno, nda)”. Gli esempi sono tanti altri, a voi il divertimento di cercare gli altri: in ogni caso, si tratta di una strategia di pregio, che val la pena memorizzare per poterla poi utilizzare anche nei contesti in cui tutti i giorni operiamo.

Valori copia e incolla

Altro grande passaggio del discorso di Draghi riguarda il costante richiamo a valori universali e al dovere di lasciare a chi ci seguirà un mondo migliore: dal punto di vista di innovazione retorica, nulla di che: da Greta Thumberg a Bill Gates a Richard Branson al Tim Cook dell’ultimo paio di anni, le frasi  “consegnare un Paese migliore e più giusto ai figli e ai nipoti” e “Ogni spreco oggi è un torto che facciamo alle prossime generazioni, una sottrazione dei loro diritti” sono probabilmente fra le più utilizzate e riciclate dell’ultimo quinquennio, così come sa di fortissimo copia e incolla il riferimento al nostro passato dal quale ci siamo risollevati, a quella Seconda Guerra Mondiale sulle macerie della quale abbiamo edificato il nostro straordinario presente: nelle orecchie, riecheggia il discorso su Obama che, partendo dai Padri Fondatori e passando per la schiavitù e l’oppressione, lo ha portato al “yes we can” che tutti conosciamo, ma va bene: è un bel sentire, riscalda il cuore come un tiepido brodino caldo che conforta quando siamo stanchi, ed è detto bene.

Quindi, soprattutto dopo gli orrori linguistici di Di Maio e soci, questa è davvero musica per le nostre orecchie (a ciò si aggiunga che Draghi, portando una vera e concreta innovazione rispetto all’anno appena trascorso, usa i congiuntivi in modo corretto e pronuncia frasi che si possono persino comprendere. (Sente, caro Toninelli, che effetto fa il “persino” del suo “abbiamo persino lavorato”?).

Guerra ovunque

Altro passaggio degno di nota è il ricorso a un vocabolario metaforico collegato alla guerra, che non è buono o cattivo in sé ma che diventa molto utile se unito a scelte linguistiche che hanno poi a che vedere con la prima persona plurale (“noi”) e con il frame “unione”. Cioè: se un leader politico (Conte, ad esempio), utilizza la metafora guerra e basta, ci lascia nello sconforto. Se un leader politico (Draghi, ad esempio), utilizza la stessa metafora in un contesto di “noi” e “uniti”, è tutta un’altra storia. Draghi inizia con “combattere con ogni mezzo la pandemia e di salvaguardare le vite dei nostri concittadini. Una trincea dove combattiamo tutti insieme. Il virus è nemico di tutti.”, poi prosegue con “onorati di servire il Paese” e scivola in tutta l’evocazione della Guerra, condendo il tutto, per l’appunto, con “noi”, “uniti”, “lavorare insieme” e così via. Bene, bravo.

Con chi dovrà governare Draghi

Draghi ha alcune gatte da pelare, e le pela davvero bene. Vi ricordate i banchi a rotelle, i ristoranti che aprono e chiudono, gli esperti in tv che un giorno dicono una cosa e il giorno dopo (o la sera stessa) ne dicono un’altra, i commissari calabresi che non sanno di essere commissari, Gallera che non richiama i medici per il vaccino perché sono in ferie, Di Maio che annuncia ogni due giorni che il suo partito non sarà mai e poi mai, e dico mai e poi mai, alleato con Pd, Berlusconi e compagnia cantante, salvo poi essere alleato con Pd, Berlusconi e compagnia cantante e così via? Ecco, questo genere di gatte da pelare.

Nel suo discorso, infila alcune perle che val la pena notare, per capire che tipo di operazione linguistica compie ed essere consapevoli, almeno, che non è sempre tutto oro quello che luccica. Bravissimo, per carità, ma con riserva: io preferisco utilizzare le tecniche linguistiche per impreziosire il bello, non per nascondere la polvere sotto il tappeto. “Nessuno fa un passo indietro rispetto alla propria identità ma semmai, in un nuovo e del tutto inconsueto perimetro di collaborazione, ne fa uno avanti nel rispondere alle necessità del Paese”: bellissimo ribaltamento del campo semantico, e totale spostamento di focus. Non discute circa il “passo indietro”, cambia strada e ignora l’obiezione. Lakoff sarebbe soddisfatto.

Per farci dimenticare il fatto che in questo momento ci troviamo al Governo ministri che avevamo votato (si fa per dire) dieci anni fa al tempo di Berlusconi (Carfagna, Gelmini e Brunetta) e per farci dimenticare che Di Maio da anni, come dicevamo, sbraita “mai con il partito di Bibbiano” e ora ne è principale alleato e per farci dimenticare che Salvini ha sempre dichiarato che piuttosto dell’Euro la morte e ora sta meditando di tatuarsi il simbolo europeo sulla spalla destra (si fa per dire, eh), insomma per farci dimenticare le oggettive porcherie delle quali siamo vittime, lavora di astrazione e adotta la tecnica del chunk up: non siamo più politici, adesso, Né tecnici. Siamo tutti cittadini, dice. “Perché prima di ogni nostra appartenenza, viene il dovere della cittadinanza. Siamo cittadini… E noi oggi, politici e tecnici che formano questo nuovo esecutivo siamo tutti semplicemente cittadini italiani”. Comoda, vero? Comunque, anche se non condivido l’uso delle tecniche, come dicevo, per tentare di farci fessi, ne riconosco la bellezza.

Conta la qualità delle decisioni, conta il coraggio delle visioni, non contano i giorni

Infine, chiusura poetica e omaggio a Kennedy. Per quanto riguarda la prima, sentite qui: “Conta la qualità delle decisioni, conta il coraggio delle visioni, non contano i giorni. Il tempo del potere può essere sprecato anche nella sola preoccupazione di conservarlo”, tanto bella che potrei farci un adesivo e appiccicarlo al Mac. Quanto all’omaggio al Kennedy del “non chiedetevi che cosa il vostro Paese può fare per voi ma che cosa voi potete fare per il vostro Paese”, Draghi chiosa con “siamo cittadini di un Paese che ci chiede di fare tutto il possibile”, frase molto bella che ricorda, appunto, politici che sapevano fare il loro mestiere e, insomma, nel complesso, sa di possibilità e speranza (con la s minuscola, che con la Maiuscola vien da toccarsi parti del corpo che è meglio non nominare).