Paolo Borzacchiello La Parola Magica

Il baldo Renzi, che ci dimostra come in certi contesti le dimensioni non contino, lui che con i suoi 37 elettori circa ha scombussolato un Governo (o è il Governo che, carente d’intelletti degni di nota, si è lasciato scombussolare? Chissà), ha portato a termine la sua missione: il governo Conte si sta spegnendo e il buon Mario Draghi sta prendendo in mano le redini della situazione.

Per noi che scriviamo di parole (il plurale, intendetelo o come majestatis o come dichiarazione delle mie personalità multiple), è linfa fresca: ci mancheranno (un po’) le dichiarazioni priva di congiuntivi di Di Maio e le articolate frasi del ministro Azzolina, sulle quali ancora stiamo lavorando per riuscire a capirne il senso, anche se siamo certi che comunque qualche perla saranno sempre pronti ad offrircela, così come fa Toninelli il quale, nel pieno delle consultazioni, se ne è uscito con una frase sulla quale potremmo lavorare per giorni.

Toninelli ha persino lavorato

Danilo Toninelli, che ci ha abituato nel corso degli anni a strafalcioni imbarazzanti e a errori di contenuto ancora più imbarazzanti. Ricordiamo che, da ministro delle Infrastrutture, (MINISTRO DELLE INFRASTRUTTURE, vogliamo scriverlo in maiuscolo) se ne uscì con un poderoso commento sul tunnel del Brennero che sarebbe percorso, secondo lui, da migliaia di veicoli ogni anno: il tunnel del Brennero 1) non esiste e 2) quando esisterà, sarà attraversato da binari e non da camion.

Sempre lui, a proposito questa volta della tragedia del ponte di Genova, dopo essersi fatto fotografare sorridente come un bambino a Gardaland da Bruno Vespa di fronte al plastico del ponte, dichiarò, a settembre 2018: “l’obiettivo non è solo quello di rifare bene e velocemente il ponte Morandi, ma di renderlo un luogo vivibile, un luogo di incontro in cui le persone si ritrovano, in cui le persone possono vivere, possono giocare, possono mangiare…».

Aveva in mente un viadotto, a 50 metri dal suolo, in cui bimbi e famiglie potessero fare la gita la domenica? Chissà.

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Quel che è certo è che la sua ultima uscita è doppiamente imbarazzante, seppure perfettamente coerente con il livello culturale e linguistico di molti suoi colleghi di partito e dello staff che li rinforza nei loro comportamenti scellerati (leggasi il mio appello accorato, qui): “non chiedeteci di votare Draghi”, dice, “in questi anni abbiamo fatto di tutto, persino annientarci negli uffici a lavorare”.

Una dichiarazione talmente incredibile che ho dovuto rileggerla tre volte (qui torno al singolare) e su tre siti diversi per accertarmi che fosse autentica. In italiano, lingua che a quanto pare crea qualche problema a molte figure di spicco del panorama politico italiano, quel “persino” sta a significare che il lavoro è considerato un evento cui ricorrere solo in casi di grande emergenza: “ho dovuto persino fare questo!”, diciamo noi che non siamo ministri ma l’italiano lo mastichiamo un pochetto.

 

Poi, volendo, ci starebbe anche la riflessione sul fatto che tutti gli errori di questi mesi e tutte le dimostrazioni di palese incompetenza sono persino (qui ci sta) frutto di un duro lavoro: cioè, per quei banchi a rotelle che ora sono parcheggiati nei corridoi di molte scuole, qualcuno si è “annientato” in un ufficio. Mica hanno preso le decisioni, i cui esiti sono sotto i nostri occhi, dormendo: no no, ci hanno persino lavorato, tanto da annientarsi. Stenderei un velo pietoso, se non li avessi terminati da tempo. 

Veniamo a Draghi

In questo scenario, ecco che Mario Draghi fa il suo primo discorso, un discorso che nel complesso è molto positivo.

Draghi inizia con “È un momento difficile. Il presidente mi ha ricordato la drammatica crisi sanitaria in atto, con i gravi effetti sulla vita delle persone, sull’economia e sulla società. Servono risposte all’altezza della situazione.

Per questo rispondo positivamente all’appello di Mattarella”. Una dichiarazione di leadership molto potente, che prende atto della situazione in corso senza troppi preamboli e senza cadute di stile alla Conte e che, soprattutto, crea un effetto molto convincente in chi legge: “servono risposte all’altezza della situazione… per questo ho accettato”. L’implicito è: sono perfettamente all’altezza, io. E tutti gli altri no. Se volete imparare come si fa a ricoprire di letame i vostri competitor senza sporcarvi le mani, questa è una frase che potete imparare a memoria e ripetere all’occorrenza.

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Dopo questo gioiello linguistico (sul fatto che sappia o meno fare quello che promette, lo vedremo e in ogni caso non mi cimento con gli oroscopi, lasciando a Paolo Fox e ai suoi colleghi il grande compito di predire eventi che non si realizzano), Draghi farcisce il suo breve discorso con termini come “vincere”, “rilanciare”, “sfide”, senza le “cadute nel baratro” che ci raccontava il suo predecessore. Poi, ancora, “risorse”, “rafforzare”, “emergere”, tutti termini che rispecchiano una volontà di puntare lo sguardo su soluzioni e non sui problemi e soprattutto termini che innescano, in chi li ascolta, aspettative di ricompensa e quindi attivazione del circuito dopaminergico.

Se consideriamo che Conte ci deliziava con “non tramiamo nell’ombra”, il passo avanti è poderoso. Tutto migliorabile, s’intende: Draghi inizia il discorso con “scusate” (errore un po’ da pollo che in public speaking andrebbe evitato) e con “accetto con la speranza, termine da evitare, sia con la s minuscola sia con la S maiuscola, perché in entrambi i casi quello che ci serve sono certezze, e basta. 

False scelte

Intristisce un po’, invece, che il Draghi ci dica che sta valutando se formare un governo politico o un governo tecnico, dichiarando che, al di là delle capacità oratorie, la forma mentis è ancora quella della classe politica di cui cerchiamo di liberarci.

O politico, o tecnico, come se una cosa escludesse l’altra. Come se un politico non possa essere competente dal punto di vista tecnico (ed è quello che abbiamo sotto gli occhi tutti: politici che non hanno mai messo mano, concretamente, in ciò di cui parlano e su cui legiferano) o come se un tecnico non potesse anche essere un bravo politico.

È troppo pretendere che chi ci governa sia competente e raffinato nell’arte della gestione della res publica? Finché in testa avremo questo genere di domande, non otterremo grandi cambiamenti, ma questo è tema di un altro articolo.

Infine, chiosa semiseria sull’immancabile Berlusconi che se ne esce con “La scelta di Draghi va nella direzione indicata da FI”, frase mirabolante che ha o dovrebbe avere la funzione di appropriarsi di meriti non meritati. In linguistica, questo processo ha un nome. Per oggi, chiamiamolo pure “saltare in corsa sul carro del vincitore”. 

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