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Quando leggiamo l’etichetta di un prodotto siamo portati a considerare la dicitura DOP o IGP come un sinonimo di elevata qualità, tradizione e artigianalità. Negli ultimi anni le inchieste delle associazioni animaliste hanno rivelato come, in alcuni casi, le aziende che producono famosi prodotti del nostro territorio non rispondano esattamente a questi requisiti. Maltrattamenti sugli animali e impatto ambientale hanno gettato una luce diversa sugli allevamenti intensivi e sulla loro reale sostenibilità. Ma cosa significano davvero le sigle DOP e IGP? E nel mondo industrializzato in cui viviamo possono ancora essere, queste, uno strumento per misurare il concetto di “qualità”?

Cosa comporta il marchio DOP o IGP

La “denominazione di origine protetta” (DOP) e “l’indicazione geografica protetta” (IGP) sono marchi attribuiti dall’Unione Europea agli alimenti che soddisfano determinati requisiti di qualità, associabili al territorio nel quale vengono prodotti. L’Italia, in questo senso, è il Paese che può vantare il maggior numero di prodotti agroalimentari, ben 838, ad essere stati riconosciuti dall’Europa. Gli allevatori e gli agricoltori, che partecipano alla filiera di un alimento certificato DOP o IGP, devono rispettare vincoli piuttosto rigidi.

Basti pensare che il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali ha redatto un documento di 53 pagine per regolare la produzione del Prosciutto di Parma, uno degli alimenti DOP più famosi del nostro Paese. Nel disciplinare vengono esposte in dettaglio le caratteristiche richieste, dall’esatta percentuale di sale ai centimetri di rifilatura dei prosciutti. Tra i vincoli imposti dalla normativa figurano anche, nel caso specifico, gli alimenti da utilizzare nell’allevamento dei suini, nonché le condizioni in cui gli animali vengono tenuti: “Le strutture e le attrezzature dell’allevamento – si legge nel disciplinare – devono garantire agli animali condizioni di benessere”.

I maltrattamenti sugli animali e l’inquinamento

Lo scorso gennaio l’associazione Essere Animali ha reso pubblici i risultati di un’investigazione condotta presso due allevamenti di suini in provincia di Verona e Pavia, che riforniscono la produzione di Prosciutto di Parma e Prosciutto San Daniele. I responsabili dell’associazione, sotto copertura, hanno documentato i maltrattamenti ai danni degli animali, colpiti in più occasioni con spranghe di ferro, presi a calci e uccisi nel caso degli esemplari più deboli.

Questi abusi sono figli, secondo il report, di un sistema di allevamento intensivo, per il quale migliaia di capi sono confinati in piccole gabbie, che non danno loro nemmeno la possibilità di muoversi. Gli addetti, nel gestire situazioni così difficili, possono finire per esagerare, passando il confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Eppure non è la prima volta che vengono realizzate inchieste di questo genere: in passato iniziative analoghe di associazioni come Animal Equality e Lav hanno evidenziato il medesimo problema in altri grandi allevamenti italiani.

A finire sotto accusa è il concetto di allevamento intensivo nel suo complesso che, oltre a creare pesanti interrogativi sul benessere degli animali, viene anche associato ad una fetta importante dell’inquinamento ambientale. Secondo una ricerca di Greenpeace dello scorso settembre, le emissioni di gas serra degli allevamenti intensivi rappresenterebbero il 17% delle emissioni totali dell’Unione Europea, più di quelle di tutte le automobili in circolazione.

La risposta dei produttori

I produttori, da parte loro, controbattono che questi sono solo casi isolati, poche mele “marce” che non devono compromettere l’immagine degli allevatori per bene, che invece rispettano la natura e gli animali.

Sottolineano l’importanza delle fattorie a gestione familiare, dei piccoli allevamenti come quelli dei nostri nonni, inseriti in un contesto agricolo e ambientale sostenibile. Ma è davvero ancora così? Secondo i dati Istat, gli ultimi mesi hanno visto una contrazione del mercato della carne, dovuto agli effetti della pandemia. Se però ci proiettiamo nel futuro, in un’ottica globale, sarà difficile per i piccoli allevamenti con pochi animali rispondere alle esigenze di un pianeta sempre più avido di risorse. Il sistema di allevamento intensivo rischia, con tutti i suoi limiti e problematiche, di diventare quello economicamente più conveniente.

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