Sostenibilità

Crisi climatica, gli effetti e il punto di non ritorno: “La strada è segnata, necessarie azioni immediate”

Incendi, alluvioni e ondate di calore: gli effetti della crisi climatica sono sempre più devastanti. Il professor Carlo Barbante ci guida nella comprensione di questi fenomeni, e ci spiega come sarà il nostro futuro
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È da tempo che assistiamo a fenomeni meteorologici di cui ci sono pochi precedenti, sia per la violenza ma soprattutto per la frequenza con cui colpiscono. Benvenuti nell’epoca della crisi climatica, in cui in realtà stiamo vivendo già da un po’. Le alluvioni devastanti che solo poco tempo fa hanno colpito la Germania e la Cina, le temperature record che si sono registrate in Canada e nel Sud Italia sono un anticipo della nuova normalità, quella che abbiamo iniziato a plasmare dalla Rivoluzione Industriale fino a oggi. Uno sconvolgimento climatico che riguarda tutto il sistema Terra, e per cui abbiamo necessità di azioni immediate e mirate per contenere i danni.

Non si torna indietro, come ci ha spiegato il professor Carlo Barbante, direttore dell’Istituto di Scienze Polari del CNR e professore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, esperto di ricostruzioni climatiche e ambientali. Insieme a lui abbiamo compiuto una panoramica dello stato di salute del nostro pianeta, e di cosa sia necessario fare per scongiurare scenari ancora più nefasti di quelli che stiamo vivendo.

La crisi climatica tra ondate di caldo e alluvioni

Il bilancio delle morti causate dalle ondate di caldo che si sono abbattute sulla British Columbia, provincia occidentale del Canada, tra fine giugno e inizio luglio, è di almeno 500 vittime.

Le alluvioni tra Germania e Belgio hanno spazzato via interi paesi, e provocato più di 200 vittime. In Friuli, una grandinata con chicchi grandi quanto palle da tennis ha distrutto le colture e letteralmente bucato i tetti di case e capannoni agricoli. Gli incendi in Sardegna e Sicilia, benché iniziati probabilmente dalla mano dell’uomo, sono stati alimentati dalle temperature record, che hanno toccato i 45 gradi a Catania, e dal caldo vento sahariano.

Le sconvolgenti immagini dei roghi di Catania.
Il 30 luglio si sono registrate temperature tra i 30 e i 42 gradi nella città siciliana

Episodi che sono destinati a ripetersi, non fenomeni isolati, e legati a un’estate particolarmente difficile dal punto di vista climatico. I disastri a cui assistiamo sono la manifestazione tangibile della vita nell’Antropocene, termine coniato nel 2000 dal Premio Nobel per la chimica atmosferica Paul Crutzen. Con questa parola si vuole indicare l’era geologica in cui stiamo attualmente vivendo, in cui il clima è influenzato, per la prima volta nella storia, dall’uomo, attraverso l’alterazione degli equilibri ambientali a livello globale e locale.

L’era, per intenderci, della crisi climatica, i cui effetti abbiamo appena iniziato a vedere.

Fenomeni meteorologici estremi: i primi frutti della crisi climatica

Incendi, ondate di caldo e alluvioni stanno conquistando le prime pagine della stampa in tutto il mondo. Non è, però, nulla di inaspettato, come ci spiega il prof. Barbante: “La cosa mi sorprende fino a un certo punto come scienziato, perché queste sono cose che abbiamo detto ormai da anni.

L’aumento della frequenza di questi eventi estremi è scientificamente provato, con un ottimo grado di confidenza da moltissimi studi scientifici“. Barbante ci illustra, in particolare, cosa si intende con il termine “fenomeni meteorologici estremi” e come questi impatteranno sull’Italia.

Quando dico eventi estremi non voglio dire solo grandi eventi piovosi, che portano in poche ore enormi quantità di acqua che cadono in un territorio già di per se sofferente e sovrasfruttato, ma voglio indicare anche ondate di calore, come quelle che abbiamo avuto in Canada, o che continuiamo ad avere in città del continente europeo.

Il grosso problema“, sottolinea lo scienziato, “ancora potenzialmente più importante saranno queste ondate di caldo, che colpiranno via via sempre più le città anche dell’Europa. Mi sto riferendo all’Italia, in particolare, che sarà, e già è, fortemente influenzata da questi anticicloni africani che si posizionano in modo tale da portare veramente delle altissime temperature lungo la Penisola“.

Le ondate di caldo: perché sono letali

In particolare, le ondate di caldo possono essere estremamente dannose per l’essere umano. Il professor Barbante li individua come “problemi di grande rilievo” in quanto “noi come esseri umani siamo delle macchine termiche, scambiamo calore attraverso la conduzione, attraverso la pelle e attraverso l’evaporazione. Se la temperatura è troppo alta non possiamo più scambiare con l’esterno, cominciamo a sudare, ma se le condizioni di umidità sono elevate, non funziona neanche più il sistema di traspirazione. Quindi la nostra macchina, letteralmente, si ferma“.

Le ondate di caldo saranno una sfida fondamentale da affrontare, come rimarca il professore: “Abbiamo sempre più condizioni di questo tipo, a livello mondiale, che si verificano per più e più giorni. Le ondate di calore saranno un grandissimo problema per il futuro della nostra umanità“. 

La vera novità dei fenomeni meteorologici estremi

Ovviamente, eventi climatici eccezionali si sono già verificati in passato, ma quello che vediamo oggi è diverso, per vari motivi. “Quello che sta cambiando in maniera molto importante sono i tempi di ritorno di questi eventi“, spiega Barbante. “Negli scenari futuri, che possono essere anche a basse emissioni, come li definiamo, (quindi che potenzialmente possono creare impatti minori che non i famosi scenari ‘business as usual‘, cioè continuare a emettere anidride carbonica come abbiamo fatto finora), aumenteranno quelli che si chiamano gli eventi storici centenali estremi“.

Questi fenomeni meteorologici, quindi, saranno più frequenti: “Eventi che si verificano ogni 100 anni, diventano eventi via via più frequenti e che magari si verificano ogni 10 anni. È chiaro che avere una tragedia come quella che si è verificata in Germania una volta ogni 100 anni e averla ogni 10 anni fa una differenza notevole“.

Immagini riprese dal Meteosat-11 tra l’11 e il 16 luglio 2021. Il sistema di bassa pressione ha portato alle devastanti precipitazioni tra la Germania, il Belgio, i Paesi Bassi e la Francia. Queste tempeste intense e lente nello spostarsi, con precipitazioni eccessive, sono più frequenti a causa dei cambiamenti climatici. Fonte: EUMETSAT

Cosa c’entrano Artico e Antartide con la crisi climatica

Carlo Barbante, che in Antartide ha svolto diverse missioni, ci spiega perché lo scioglimento dei ghiacciai polari ha un impatto importante sul clima nel resto del mondo. Artico e Antartide sono gli emblemi della crisi climatica, e a ragione: “Facendo un’analogia, si parla spesso della foresta Amazzonica come il ‘polmone del pianeta’. Le aree polari sono, se vogliamo, il sistema di circolazione del pianeta, sono il cuore, perché lì avviene tutto il sistema di circolazione di acque, e quindi di calore, il sistema di trasporto di calore attraverso il pianeta. I poli sono un po’ il sistema di condizionamento del nostro pianeta, quelli che fanno muovere le masse d’aria e oceaniche che trasportano grandi quantità di calore. Influenzano quindi in maniera determinante il clima anche alle basse latitudini, ma allo stesso tempo sono fortemente vulnerabili a quello che succede alle medie latitudini“.

Scienziati del CNR raccolgono campioni dell’acqua scioltasi dai ghiacciai nell’Artico

Le sentinelle del cambiamento climatico

I Poli, quindi, sono una spia accesa del motore della Terra, e i primi a subire gli effetti, in maniera amplificata, del cambiamento di scenario. “Il riscaldamento globale ha effetti devastanti ai Poli, tanto che per esempio, per l’Artico si parla di un fenomeno descritto come ‘amplificazione artica’, che vuol dire che se la temperature media del pianeta è aumentata di circa 1.2 gradi in confronto all’era pre-industriale, in Artico abbiamo questo valore più del doppio. Quindi ci sono dei fenomeni fisici e chimici che fanno aumentare in maniera drammatica la temperatura in Artico, e questo ha degli effetti locali importanti, come la fusione delle calotte polari“.

Cosa succede in Groenlandia

La fusione in Groenlandia è un esempio di come gli effetti del cambiamento climatico in una zona precisa si riverberino in tutto il mondo. L”isola “contribuisce in modo spaventoso, con quasi un innalzamento relativo di circa 1 mm all’anno del livello di medio mare, solo la Groenlandia“. E per dare un’idea della velocità con cui si sciolgono i ghiacci in Groenlandia, il professor Barbante ci dice che “con l’acqua che fonde in Groenlandia possiamo riempire circa 420 piscine olimpioniche ogni minuto. Una piscina olimpionica è lunga 50 metri e profonda 2 metri, larga circa una 20 di metri… Enormi quantità di acqua dolce che si riversano nella superficie del mare. Poi il ghiaccio marino è una componente essenziale. Abbiamo avuto una riduzione del ghiaccio marino negli ultimi decenni dell’oltre 60% in area e volume. Una cosa drammatica, che se da una parte ha aperto delle rotte commerciali, dall’altra ha amplificato ancora di più il riscaldamento in atto“.

Non solo ghiacciai che si sciolgono. Le zone soprattutto dell’Artico, continua lo scienziato, “sono ricoperte da quello che si definisce ‘suolo congelato’, il permafrost, che stocca e immagazzina al proprio interno enormi quantità di carbonio sotto forma di gas serra e che fondendo, per effetto del riscaldamento climatico, emette nell’atmosfera ulteriori quantità di gas serra che provocano ulteriore riscaldamento“. Sono questi, dunque, i motivi per cui “le zone polari sono un po’ il canarino nella miniera, sono il nostro sistema di monitoraggio, proprio delle sentinelle del cambiamento climatico“. 

scioglimento ghiacciai in groenlandia
Immagine aerea del fiordo di Ilulissat, in Groenlandia, Patrimonio dell’umanità dell’UNESCO

Lo scioglimento dei ghiacciai e l’acqua alta a Venezia

Il bacino del Mediterraneo è un’area particolarmente fragile per quanto riguarda la crisi climatica. L’innalzamento dei mari, ad esempio, spaventa per come potrebbe colpire l’Italia, con l’ENEA che segnala come nel 2100 migliaia di chilometri quadrati di coste nel nostro Paese potrebbero non esistere più. Già nei prossimi anni, le Regioni costiere sono ad alto rischio di inondazione.

Per quanto riguarda l’aumento del livello del mare, che procedeva a dei ritmi elevati nell’ultimo secolo, ma che oggi procede a un ritmo che è maggiore di 4 mm all’anno, basta fare due conti”, commenta Barbante, “Moltiplicando per 10 anni, o per 100 anni, si vede molto presto dove arriverà il livello di medio mare. È chiaro che poi, se in cima a questo aumento metto anche degli eventi estremi, che sono sempre più frequenti, ecco che l’erosione delle coste e i danni idrogeologici causati da questi eventi sono veramente devastanti“.

E “l’Italia, che è una portaerei dentro il Mediterraneo, soffre tantissimo già adesso di questi cicloni africani che si piazzano e portano ondate di calore molto importanti. In effetti, il bacino del Mediterraneo, in particolare le Alpi, hanno già una temperatura che è al di sopra della media globale del pianeta. E questi eventi, anticicloni che si piazzano lì, riscaldano molto anche il mar Mediterraneo, e magari amplificano ancora di più eventi che sono già molto importanti. Ricordiamo quello che è successo durante il fenomeno di Vaia, nel 2018, in cui un evento importante dal punto di vista meteorologico ha trovato un Mediterraneo molto più caldo del normale a fine ottobre e ha scatenato quella enorme tempesta che ha devastato buona parte del Nord-Est. O l’ultima acqua alta di Venezia, anche lì un evento fuori dal normale“. 

La tempesta Vaia
Dal 26 al 30 Ottobre 2018 il Veneto, il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia furono colpiti da una forte ondata di maltempo e dalla tempesta Vaia: piogge intense, frane e raffiche di vento, che in alcune zone raggiunsero i 180 km/h, rasero al suolo migliaia di ettari di boschi

Non è maltempo ma crisi climatica: l’importanza della diffusione scientifica

I sempre più frequenti devastanti incendi, le ondate di caldo che si susseguono, le alluvioni che spazzano via intere comunità stanno creando una nuova consapevolezza sul clima. Sempre più spesso non si parla più di maltempo, ma di crisi climatica, il filo che lega questi eventi in ogni parte del mondo. Una lettura che scienziati e attivisti propongono da anni, ma di cui l’opinione pubblica è ancora in larga parte ignaro.

Una responsabilità condivisa: “In questo siamo un po’ tutti responsabili, noi come scienziati, voi come giornalisti“, ci dice Barbante, “Prendiamo la pandemia, che è un esempio classico di come deve essere comunicata la scienza. Credo che dalla questione della pandemia si debba imparare molto dal punto di vista della comunicazione e anche a livello climatico. Le cose vanno comunicate bene, non è facile“.

Spesso ci sono barriere ideologiche da superare, mentre sono ancora molti i negazionisti per convenienza: “Il problema del cambiamento climatico, come quello dei vaccini, non è né di destra né di sinistra ma è qualcosa che dobbiamo affrontare tutti per la salvaguardia dell’umanità. È qualcosa che per certi aspetti può essere anche un’opportunità dal punto di vista economico, perché la transizione verso nuove fonti di energia può essere veramente molto interessante dal punto di vista economico e credo che chi la saprà sfruttare alla fine potrà anche arricchirsi“. 

Il ruolo dell’economia

La transizione energetica è un punto fondamentale della lotta contro la crisi climatica. Così come l’economia, che necessita di essere ripensata in vista di questo cambiamento epocale: “È essenziale“, spiega lo scienziato, “Credo che ci siano anche delle grandi opportunità di investimento“.

Il cambiamento inizia dai comportamenti individuali, “è chiaro che tutti noi possiamo fare molto viaggiando più in treno, con i mezzi pubblici, in bicicletta, sfruttando meglio e migliorando l’efficientamento energetico delle nostre case“, ma “molto viene dall’economia e soprattutto dalla finanza, perché sono i grandi finanziatori che devono finanziare una transizione energetica sostenibile. Se le grosse banche e i grossi finanziatori continuano a investire sul carbone, in termini molto ampi, questa nostra neutralità climatica si sposterà sempre di più nel tempo, cosa che per il nostro pianeta non fa assolutamente bene, dobbiamo agire subito“.

proteste per il clima
In tutto il mondo, da anni, milioni di persone scendono in piazza per chiedere politiche più incisive per combattere i cambiamenti climatici

Il punto di non ritorno per la crisi climatica

Anche il tempo è una variabile cruciale, e le tappe sono note: “La road map è segnata, noi entro il 2050 dobbiamo andare a ‘zero carbon emissions, il che vuol dire che se oggi emettiamo 10 miliardi di tonnellate di carbonio equivalente, dobbiamo nei prossimi 10 anni dimezzare le nostre emissioni, e quindi portarle a 5 miliardi di tonnellate, dimezzarle ancora nel 2030 e arrivare a zero nel 2050. Questo prevede una road map molto stretta e tutti, cittadini, decisori politici, Paesi, devono essere molto convinti su questi obiettivi che ci siamo dati. Il tutto avviene attraverso azioni individuali, decisioni politiche e di collettività e di finanza“.

Sul filo del rasoio 

Altrettanoo stretti sono i confini entro cui rimanere per scongiurare il peggio. Le variabili riguardano diversi aspetti: “Si è detto che il massimo di temperatura che non deve essere superato sono i 2 gradi, meglio 1.5 gradi. Questo deriva da un bilancio anche di costi, tra le azioni di adattamento e i costi di mitigazione, che ci dicono che dobbiamo mantenere il livello di temperatura al di sotto di un 1.5 gradi“.

Anche rimanendo in questi parametri non si torna indietro, ma “dobbiamo cercare di gestire quello che ormai è inevitabile. Il riscaldamento è avvenuto nel corso dell’ultimo secolo, è in atto, il pianeta si sta riscaldando e dobbiamo gestire questa situazione, però dobbiamo anche evitare quello che sarà ingestibile domani. Per questo, dobbiamo mettere in atto delle azioni di mitigazioni molto, molto spinte“.

La nuova realtà dei cambiamenti climatici

Si parla dunque di adattamento al nuovo scenario che abbiamo di fronte, che è il nostro futuro. “Teniamo presente che se anche noi ci fermassimo oggi con l’emissione di gas serra in atmosfera, ci voglio circa un centinaio d’anni per dimezzare le concentrazioni di CO2“, puntualizza Barbante, “La CO2 rimane, quindi, quello che noi possiamo fare è stabilizzare il sistema. È come un paziente, quando arriva al Pronto Soccorso non è che si sta lì a guardare se ha una gamba rotta, si cerca di stabilizzarlo in modo che sia in condizione di sopravvivere. Dopo cominciamo ad agire“. 

Il cambiamento climatico, ormai, fa parte della nostra vita ed è una forza con cui siamo destinati a fare i conti, con cui li stiamo già facendo. “Ci siamo dentro fino al collo e anche oltre“, conclude il professore, “Per questo, da qualche anno, io non parlo più di cambiamento climatico, ma di crisi climatica. Gli scienziati ci dicono che il limite massimo di temperatura è quello dei 2 gradi, ma siamo già a 1.2 gradi. La strada è segnata, dobbiamo prendere delle azioni immediate“. 

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