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Elezioni amministrative: le vere perdenti sono state le donne. Su 20 città capoluogo al voto nessuna sindaca

Le elezioni amministrative sono state una disfatta per le donne, senza nessuna nuova sindaca, nemmeno ai ballottaggi. I numeri delle donne prime cittadine di capoluoghi si assottigliano
i sindaci italiani

A ballottaggi ancora aperti arrivano le prime riflessioni su queste elezioni amministrative, l’amichevole prima che la vera partita si giochi, quella per il Quirinale a febbraio. Il dato politico più rilevante di questa tornata elettorale, a parte l’astensione record, è la totale assenza della rappresentanza femminile.

Nelle 20 cruciali città capoluogo, dove i partiti si contendono le influenze future sul governo Draghi, le candidate donne sono state pochissime, e comunque completamente scomparse dalla narrazione mediatica. Nessuna donna eletta sindaca nelle 10 città che hanno avuto subito il nuovo primo cittadino, nessuna donna a contendersi i ballottaggi.

Con l’uscita di scena di Chiara Appendino e Virginia Raggi poi, scompaiono anche le donne alla guida delle grandi città.

Elezioni amministrative: la politica senza donne che esce dalle urne

Imbarazzante il risultato che esce dalle elezioni amministrative che si stanno ancora svolgendo. Il quadro riportato da Pagella Politica ci informa di come su 164 candidati sindaco dei 20 capoluoghi di provincia, solo il 18% sono donne.

In cima alla top 3 delle città leggermente più femminili: Roma, con il 32% delle candidate; Trieste, 30%; e Salerno, 33%. Sono però 6 le città dove non ci sono state candidate donne, tra queste Novara, Savona, Caserta, Benevento.

Dati che visti nero su bianco offrono le vere dimensioni del problema, spesso nascosto dalla cacofonia dei cartelloni elettorali. Per quanto riguarda i sindaci che hanno vinto gli scranni nelle elezioni amministrative di due settimane fa, anche qui tutti maschi. Milano, Napoli, Bologna: Beppe Sala, Gaetano Manfredi, Matteo Lepore, che si sono misurati tutti con altri uomini.

Queste solo per citarne alcune, neanche negli altri 7 capoluoghi sono state elette sindache donne, così come non ne usciranno dai ballottaggi.

Ballottaggi “tutti maschi”: a Roma e Torino finisce l’era delle sindache

I ballottaggi che si stanno svolgendo domenica e lunedì 17 e 18 ottobre segneranno la scomparsa definitiva delle donne alla guida delle grandi città. Con Virginia Raggi a Roma e Chiara Appendino a Torino, si chiude l’era delle sindache. Le uniche donne che resistono nei capoluoghi sono Valeria Mancinelli ad Ancona; Giovanna Bruno ad Andria; Sara Casanova a Lodi; Patrizia Barbieri a Piacenza; Silvia Marchionini a Verbania; Maria Limardo a Vibo Valentia.

Città che non sono tornate al voto, dato che le ultime elezioni amministrative si sono svolte tra il 2017 e il 2019.

Laddove si è votato, la sfida, ancora una volta, è stata persa dalle donne. A Carbonia Paola Massidda ha ceduto lo scettro di sindaco a Pietro Morittu; a Savona Marco Russo e Angelo Schirru si stanno sfidando per succedere a Ilaria Caprioglio. Una manciata le donne prime cittadine dei capoluoghi d’Italia dove, secondo Lente Pubblica, sono il 9,2% tra i sindaci e il 26,7% dei vicesindaci.

In questa luce appaiono ancora più tristi gli spergiuri dei candidati che abbiamo visto durante queste elezioni amministrative, che messi di fronte al problema, hanno assicurato che avranno vice donne.

Donne e politica: in Italia la parità di genere è un miraggio

Quello della politica appare come un tetto di cristallo che non è stato nemmeno scalfito in Italia, tanto che ancora si discute sulla parità salariale. Le candidate sindache non solo non ci sono state, ma lì dove c’erano, insieme anche a candidate di lista, non sono state praticamente calcolate.

I maggiori partiti politici non hanno sostenuto candidate, né queste sono rientrate in coalizioni importanti, la maggioranza anzi ha corso con una candidatura civica.

A nulla è servita la legge del 2012, adottata proprio per cercare di ridurre il divario di genere nelle città con più di 5mila abitanti. Secondo la norma, né uomini e né donne possono superare la rappresentanza dei due terzi, e la doppia preferenza è stata inserita proprio per poter dare un voto a un uomo e uno a una donna: in caso di scelta di candidati dello stesso sesso, si annulla la scheda.

Non solo a livello comunale, dove la situazione è abbastanza sconfortante, ma anche ai vertici. Passando dal piccolo al massimo, la scelta dei ministri del governo Draghi solo pochi mesi fa ci ha dato un assaggio di questa disfatta. Le donne diventate ministre sono state solo 8, di cui 6 senza portafoglio, su 23 ministri totali, di cui 9 con portafoglio. Numeri tragici, che fanno sorgere (o dovrebbero) domande sullo stato di salute della nostra democrazia, dove metà della popolazione politicamente attiva è di fatto esclusa dalla gestione del potere. Le donne sono poche, sotto-rappresentate, e non riescono a imporsi ai vertici dei partiti o dei governi. Le elezioni amministrative hanno solo confermato una realtà che è sotto i nostri occhi da tempo, e che nessuna promessa da campagna elettorale potrà cambiare.

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