La lente di TSP

Cos’è per me la violenza sulle donne: il diritto negato all’aborto è l’arma di una società che non ci vuole libere

Nella Giornata contro la violenza sulle donne una riflessione meritano i continui attacchi al diritto all'aborto, espressione dell'autodeterminazione delle donne e chiave di volta delle battaglie per l'emancipazione
Anastasia

La violenza contro le donne, che si celebra nella Giornata istituita dalle Nazioni Unite il 25 novembre, si ramifica in varie manifestazioni. Di fronte ai casi più estremi, in cui un partner uccide la propria moglie o compagna, o un familiare la propria madre, sorella, figlia, ci sono episodi quotidiani di sopraffazione che le donne vivono sulla loro pelle. Il fenomeno sociale della violenza di genere ha infatti diverse articolazioni, derivate dalla stessa matrice: una società maschilista e patriarcale esercita la sua egemonia tramite, in primis, il controllo del corpo delle donne. Che sia violenza sessuale, molestie sul luogo di lavoro, negazione di diritti fondamentali quali l’aborto, o il costo di un materiale di prima necessità come gli assorbenti, i modi e le maniere cambiano, ma la sostanza rimane la stessa: un divario di genere di cui ancora oggi, dopo 50 anni di battaglie femministe, facciamo fatica a prendere le misure.

Izabela, morta a causa della legge anti-abortista in Polonia 

Un caso eclatante che ha scosso l’opinione pubblica internazionale è la recente notizia della morte di Izabela (il cui nome completo non è stato reso noto), a 30 anni, a Pszczyna, in Polonia.

La giovane donna era incinta, ma il feto presentava diversi difetti incompatibili con la vita, e quando Izabela si è recata in ospedale alla 22esima settimana per la rottura delle acque, i medici hanno deciso di attendere che il battito del feto si fermasse prima di praticare un aborto che le avrebbe salvato la vita. 

Il Paese, guidato da un governo ultracattolico, ha una delle più restrittive leggi anti-aborto in Europa, per cui è comparabile all’omicidio e percorribile solo in rarissimi casi.

I medici che hanno avuto in cura Izabela, pur di fronte a un concreto rischio per la vita della madre, hanno preferito aspettare dato che, in caso l’aborto fosse stato contestato da un tribunale, avrebbero rischiato fino 3 anni di prigione. Quando il feto è morto, era troppo tardi. Izabela è deceduta per shock settico. 

Il diritto all’aborto negato è violenza contro le donne

I diritti riproduttivi sono tra i più frequentemente sotto attacco in molteplici Paesi, anche in quelli in cui la laicità è una prerogativa dello Stato come l’Italia. Tramite un tema controverso, si esercita in questo modo la più subdola volontà di controllo sul corpo delle donne, con l’ausilio della religione, la più politica delle forme di controllo sociale.

Il tema viene affrontato da Helen Lewis nel suo libro Donne difficili, che ripercorre alcune tappe fondamentali della storia del femminismo. Parlando del divieto d’aborto nell’Irlanda del Nord, dove l’opposizione religiosa tra cattolici e protestanti trovava un terreno di incontro proprio sul tema e la cui legislazione era molto simile a quella polacca, la giornalista cita Ruth Halperin-Kaddari, studiosa di diritto e attivista femminista.

 

La situazione nell’Irlanda del Nord costituisce una violenza sulle donne equivalente alla tortura o al trattamento crudele, disumano, degradante”, ha dichiarato Halperin-Kaddari durante l’inchiesta dell’ONU nel 2016, “Il divieto e la criminalizzazione dell’aborto equivalgono alla discriminazione contro le donne perché è un rifiuto di erogare un servizio di cui solo le donne hanno bisogno. E le mette in una situazione orribile”. 

La situazione in Italia: il diritto all’aborto a rischio

Eppure, il diritto all’aborto è costantemente messo in pericolo, a volte in maniera meno evidente ma pur sempre efficace.

In Italia, la legge 194/78 garantisce alle donne la possibilità di procedere con l’interruzione volontaria della gravidanza nei primi 90 giorni di gestazione, in seguito per motivi terapeutici. L’impianto è però inficiato dalla possibilità data ai medici di non eseguire l’IVG in quanto obiettori di coscienza. Secondo la ricerca Mai dati dell’Associazione Luca Coscioni, nel nostro Paese in 10 ospedali il 100% dei medici è obiettore, con un caso eccezionale resta il Molise, dove rimane un solo ginecologo in tutta la Regione che pratichi aborti, Michele Mariano, il quale a 69 anni non può andare in pensione, non trovandosi un sostituto per garantire l’applicazione della legge. Ma anche le Marche, dove la giunta di centro-destra ha respinto la somministrazione della pillola abortiva Ru486 nei consultori. Le motivazioni hanno poco a che fare con la salute delle donne, come ha chiarito Carlo Ciccioli, capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale, che ha addotto tra le argomentazioni la bassa natalità e che “Non possiamo essere sostituiti da altre etnie“.

Non è migliore la situazione nel resto del Paese: sono 28 le strutture ospedaliere dove più dell’80% dei medici è obiettore, al Nord come al Sud. Secondo i dati del ministero della Salute, il 70% dei ginecologi è obiettore di coscienza, una scelta che ha a che fare più con calcoli di carriera che con convinzioni etico-religiose. In questo contesto, il diritto all’autodeterminazione delle donne tramite l’aborto viene negato e spesso la loro vita viene messa a rischio. È stato il caso di Valentina Milluzzo, 32 anni, incinta al quinto mese di due gemelli e, come Izabela, morta di setticemia nel 2016, secondo i genitori della donna perché i ginecologi dell’ospedale erano obiettori di coscienza e rifiutarono di praticare l’interruzione di gravidanza. Il caso è dibattuto in tribunale, dove i camici bianchi negano l’accusa, ma per Salvatore e Giusi Milluzzo non ci sono dubbi: “Ricordo le parole del medico di turno: ‘Fino a quando sento battere i cuoricini non posso intervenire perché sono obiettore’…”, ha raccontato il padre a Il Corriere.

I due gemelli sono venuti alla luce morti e Valentina è deceduta 2 settimane dopo il ricovero. 

La Giornata contro la violenza sulle donne

Nel 1993 l’Assemblea Generale dell’ONU, nella Dichiarazione sull’Eliminazione della Violenza contro le Donne, ha definito questa come “Qualsiasi atto di violenza basata sul genere che risulta nel, o potrebbe risultare in, danno fisico, sessuale o psicologico o sofferenza per le donne, inclusa la minaccia di tali atti, la coercizione o l’arbitraria deprivazione della libertà, sia che avvenga nella vita pubblica o privata”. La sistematica negazione del diritto all’aborto interviene nel più ampio rifiuto di riconoscere alle donne la possibilità di decidere per se stesse, l’autodeterminazione appunto, concetto che ricorre ogniqualvolta una donna lotta per i propri diritti riproduttivi così come per l’emancipazione da un contesto di violenze. 

Spesso, a pagare il prezzo più alto sono proprio le attiviste in prima linea per difendere questo principio. Le battaglie femministe, non a caso, si intrecciano con rivendicazioni politiche, essendo la violenza di genere legata a un contesto repressivo, che esprime il proprio dominio sulla società prima di tutto limitando i diritti delle donne ammantandosi di un conservatorismo che ha più a che fare con la perpetuazione dello status quo che con orientamenti politici. 

La Giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne è stata istituita nel 1981 e cade il 25 novembre per commemorare le sorelle Mirabal, Patria, Minerva e María Teresa, partigiane contro il regime Rafael Leonidas Trujillo nella Repubblica Dominicana, incarcerate, torturate e uccise proprio per la loro opposizione alla dittatura in cui vivevano. Quando le donne escono dai ruoli predeterminati e assumono una coscienza politica, contro un regime in questo caso o contro leggi repressive in altri, una società costruita per assicurare il potere agli uomini, come quella in cui viviamo, farà di tutto per fermarle. Cominciando dal negare loro la possibilità di decidere per se stesse sulla loro vita. 

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