La lente di TSP

Cos’è per me la violenza sulle donne: victim blaming, se le donne devono ancora chiedersi: “Io denuncerei?”

Violenza di genere: come gli stereotipi sociali influiscono sulle scelte delle vittime, che ancora troppo spesso decidono di non denunciare
Silvia Nazzareni tsp

Il passare dei decenni non ha purtroppo scalfito un drammatico dato di fatto: i reati concernenti la violenza di genere sono gli unici in cui la vittima del reato ha paura delle possibili conseguenze di una denuncia quasi quanto ha paura della violenza in sé.

“Io denuncerei?”: è questa la domanda che ogni donna ha sentito la necessità di porsi, nella vita, riflettendo su come si comporterebbe -per citare solo alcuni casi- dopo una molestia, una violenza sessuale, un abuso fisico o psicologico, un caso di revenge porn. Il victim blaming e la diffusione di numerosi stereotipi di genere a livello sociale (“Le donne possono evitare un rapporto sessuale se vogliono”, “le donne serie non vengono violentate”, “le donne dicono no ma intendono sì” sono solo alcuni degli stereotipi emersi da analisi Istat effettuate nel 2019) possono provocare nella vittima una violenza paragonabile a quella già subita, con strascichi a livello psicologico ed emotivo a volte anche impossibili da risolvere.

Io denuncerei?

Un’analisi Istat effettuata nel 2018 ha mostrato come solo il 64,5% delle persone consiglierebbe a una survivor che ha subito violenza dal compagno/marito di denunciare, ed il 10,3% della popolazione rimane convinta che spesso le accuse di violenza sessuale siano false.

Infine, il 15,1% delle persone ritiene che una donna ubriaca o che ha fatto uso di droghe sia in parte responsabile, se subisce violenza.

Il femminicidio non è un raptus per troppo amore: la responsabilità dei media

I media spesso non migliorano le cose. Troppe volte leggiamo, soprattutto nei titoli, frasi che legano femminicidio a cause di presunta “gelosia” o “troppo amore”: si ricordi ad esempio il caso di Elisa Pomarelli, uccisa dall’amico Massimo Sebastiani dopo che aveva rifiutato le sue continue avances (lui definito in alcuni articoli come “gigante buono” che aveva agito in preda a un “raptus per troppo amore”).

A volte non si tratta dell’utilizzo di vocaboli inadatti e inopportuni, ma di ben peggio: è il caso di articoli di opinione come quello pubblicato da Libero e firmato da Vittorio Feltri, relativo al caso Genovese, in cui riproponeva il (purtroppo) caro vecchio adagio del “se una donna vuole, può evitarlo”, scrivendo che “si fa fatica a scoparne una che te la dà volentieri, figuratevi una che non ci sta” ed altre frasi che sottintendevano una parziale colpa della vittima e una co-responsabilità per quello che le era successo.

Nessuna conseguenza per il giornalista, in quel caso: Feltri aveva abbandonato l’Ordine dei Giornalisti pochi mesi prima, risultando dunque irraggiungibile da accuse formali.

Un linguaggio che ancora ferisce

A ciò si aggiunge, negli ultimi decenni, il carico da novanta aggiunto da commenti e reazioni nel web -e in particolare sui social- che mai mancano alla narrazione della violenza di genere e che, sempre, si ripercuotono sulla vittima.

Non si sono rivelati fondamentali per migliorare la situazione provvedimenti come il Manifesto di Venezia -firmato da giornalisti e giornaliste che si impegnano per il rispetto e la parità di genere nell’informazione- o il lavoro di associazioni come l’Associazione Giulia -giornaliste unite libere autonome-, che lavora per un continuo miglioramento e controllo del linguaggio comunicativo sul femminicidio in ambito media.

 

La vera battaglia sta in un’unica e potente domanda

Vittime di stupri, abusi e molestie psicologiche decidono di rimanere nell’ombra: lo fanno per mantenere il controllo sull’unica cosa atroce che possono evitare accada loro, ovvero di dover aggiungere dolore e sofferenza a quella già patita.

Se qualsiasi campagna o appello a denunciare da parte di survivor, rappresentante politico o istituzionale è sicuramente un’azione positiva, occorre anche affrontare una dura realtà: moltissime donne, nel 2021, non riescono a vivere nella certezza che, subita una violenza, la denuncerebbero. Non avrebbero con certezza, dunque, la stessa speranza di protezione e aiuto che proverebbero se subissero un furto o un altro tipo di reato.

La vera battaglia alla violenza di genere si configura dunque nel lottare contro la necessità di qualunque donna di dover fare i conti con quell’unica, potente domanda: “Io denuncerei?”

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