Politica

Omicidio Regeni: “I responsabili sono al Cairo”. L’inchiesta della commissione parlamentare

L'inchiesta parlamentare sulla morte di Regeni è stata avviata circa 3 anni fa; l'esito è una relazione di circa mille pagine nella quale emerge la responsabilità del governo egiziano.
Giulio Regeni inchiesta parlamentare

Si sono chiusi i lavori della commissione parlamentare d’inchiesta sul caso dell’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni, scomparso il 25 gennaio scorso e ritrovato privo di vista nei pressi di una strada il 3 febbraio. Giulio Regeni era uno studente, un dottorando presso l’università di Cambridge che si trovava in Egitto per il suo progetto di ricerca.

Giulio Regeni, secondo l’esito dell’inchiesta parlamentare, è stato torturato per giorni e poi ucciso dagli apparati della Sicurezza egiziana. La commissione d’inchiesta è stata presieduta dal deputato LeU Erasmo Palazzotto, durata due anni, la relazione conclusiva è stata approvata oggi all’unanimità.

Terminata l’inchiesta parlamentare sulla morte di Giulio Regeni

Nella relazione finale dell’inchiesta parlamentare la conclusione si allinea a quella delle indagini condotte dalla Procura di Roma: dietro il sequestro e la morte di Giulio Regeni ci sono i servizi di sicurezza del governo egiziano (Il National Security Agency), nella relazione si specifica anche che la mancata collaborazione da parte del governo, i depistaggi, la mancata comunicazione da parte egiziana del domicilio degli imputati “Nonostante gli sforzi  profusi al fine di conseguirla, non si risolve nella mera fuga dal processo, ma sembra costituire una vera e propria ammissione di colpevolezza da parte di un regime che sembra aver considerato la cooperazione giudiziaria alla stregua di uno strumento dilatorio finalizzato a recuperare il precedente livello delle relazioni bilaterali, e non certo la via maestra per assicurare alla giustizia gli assassini di Giulio Regeni”.

Nella relazione è stato rimarcato il forte ostruzionismo del governo del Cairo e l’atteggiamento ostruzionista e lesivo della magistratura egiziana nei confronti di quella italiana. “La mancata collaborazione delle autorità del Cairo si configura come un’oggettiva ostruzione al naturale decorso della giustizia italiana che reclama un’adeguata presa di posizione politica“.

Giulio Regeni poteva essere salvato

Nella relazione parlamentare è stato poi evidenziato un elemento ancora più pesante: “C’è stato tutto il tempo per intervenire e per salvare la vita a Giulio Regeni. La responsabilità di questa inerzia grava su tutta la leadership egiziana“. Si legge ancora: “Gli elementi raccolti dalla commissione tendono ad escludere la casualità del ritrovamento (del corpo di Regeni n.d.r.) non solo perché l’occultamento di un cadavere avrebbe potuto avvenire in ben altro modo, ma anche per la vicinanza ad una sede degli apparati di sicurezza, circostanza pregnante come che la si voglia interpretare“.

Inoltre, nei giorni immediatamente dopo la scomparsa “Non solo le istituzioni italiane hanno cercato Regeni. Tutta la rete degli amici, colleghi di Regeni si mobilita inoltre nelle ricerche, a cominciare dalla supervisor di Cambridge, la professoressa Maha Abdelrahman“.

Nel documento presentato oggi viene avanzata anche un’ipotesi in merito all’accanimento nel trattamento riservato a Giulio Regeni: “È ipotizzabile che l’accanimento su Regeni sia il frutto del combinato disposto tra l’aspirazione ad una ricompensa da parte del sindacalista Said Abdallah – peraltro probabilmente non nuovo ad essere impiegato dai servizi segreti come dimostrerebbe il fatto che fosse in possesso dei contatti giusti per attivarli tempestivamente – e l’aspirazione a fare carriera di un’unità della National Security, desiderosa di recuperare nel nuovo regime il terreno perduto in termini di influenza politica rispetto all’epoca di Mubarak“.

L’accusa all’Egitto da parte del Parlamento italiano

Il punto focale dell’inchiesta è il J’accuse al governo egiziano e alle manovre definite ostruzionistiche: “È intollerabile  che da parte egiziana si ritenga di poter impunemente contravvenire alle più elementari concezioni del diritto ignorando che favorire la celebrazione del processo, ovvero parteciparvi da parte degli imputati, non implicherebbe affatto la sanzione della loro colpevolezza, ma significherebbe soltanto rispettare veramente e non solo formalmente l’ordinamento italiano“.

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