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Casini: “Più si va in periferia, più i ceti popolari votano per i sovranisti”. Ma dovrebbe chiedersi il perché…

Pubblicato: 04/07/2024 13:32

L’economia americana non sembrerebbe essere in crisi. Eppure, in un certo senso, lo è, ed è il motivo per cui Trump è in vantaggio nei sondaggi per le presidenziali. E lo stesso discorso vale per molte economie occidentali che pure, apparentemente, mostrano un discreto andamento. Ma, se si va a scavare sotto i numeri, si scopre che la realtà è diversa. E che il presunto risanamento dei Paesi è effettuato sulla pelle dei popoli, che infatti cominciano a spostarsi in massa verso la destra populista, mentre le sinistre sono votate dai ceti privilegiati che abitano nelle grandi città. Se n’è accorto anche Pier Ferdinando Casini, che ieri in un’intervista su Repubblica ha parlato della sua ricetta per il rilancio della coalizione che si oppone a Giorgia Meloni e al suo Governo: “Senza un’area moderata“, ha detto Casini, “nel centrosinistra non si vince”. Casini ha poi aggiunto che “più si va in periferia, più i ceti popolari votano per i sovranisti“. Una dinamica che non avviene solo in Italia, ma sempre più diffusamente in tutta Europa. E nelle analisi dei nostri politici di sinistra, vengono lanciati allarmi per la “deriva populista” o per il “ritorno del fascismo”, ma mai nessuno va in profondità e si chiede il perché tutto questo stia accadendo.

Per capirlo, si può fare l’esempio della Grecia. Che, dopo la cura da cavallo a botte di austerity voluta dalla Germania e dall’Unione Europea, ha visto migliorare i numeri dei conti pubblici, e ora registra una crescita del Pil del 2%, superiore alla media euopea. Ma dietro a questo apparente successo, ci sono altri numeri. Che spiegano come il 50% dei greci fatichi letteralmente a sopravvivere, mentre il governo, in totale controtendenza con il resto d’Europa e del mondo Occidentale, sta varando una legge che di fatto introduce la settimana lavorativa di 6 giorni. Questo significa, semplicemente, che tutti i costi delle crisi economiche sono stati scaricati sui ceti popolari, sui lavoratori e sulla classe media. Casini, riferendosi alle elezioni del prossimo week end a Parigi, afferma che “la desistenza in Francia è obbligatoria. Ma non prenderei il fronte (anti Le Pen, ndr) a modello per l’Italia. Significherebbe consegnare il Paese alla Meloni per altri dieci anni“.

“L’errore da non fare”, ha proseguito Casini, “è pensare che con la discriminante ideologica si vincano le elezioni. C’è un’ampia fetta di antifascisti che ha votato per Meloni alle ultime elezioni. Più si va in periferia e più i ceti popolari votano per i sovranisti perché si sentono abbandonati, non li riconquisti con l’antifascismo”. Qui, ci si poteva aspettare una conclusione che parlasse di economia, immigrazione, della perdita del potere d’acquisto dei salari. Invece Casini, che pure è sempre stato un esponente di spicco del mondo cattolico, ha concluso affermando che “è significativa l’uscita di Marina Berlusconi sui diritti civili: un avviso a non scivolare nell’oscurantismo. Ha capito che si vince con la pluralità”. Non è molto chiaro cosa significhi. Ma è curioso che Casini abbia abbracciato una battaglia che sembra del tutto opposta alle sue posizioni passate. E che vede, ancora una volta, il discorso sui diritti civili sovrastare quello dei problemi sociali. Mentre gli obiettivi indicati dall’ex esponente del PdL berlusconiano sono il sostegno all’Ucraina, le inefficenze della Sanità e l’opposizione contro l’Autonomia Differenziata. Chissà se basterà.

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