
C’è di nuovo una luce puntata sul caso Garlasco e, questa volta, il riflettore arriva dritto da uno studio televisivo. Mentre si avvicina la chiusura dell’incidente probatorio, fissata per il 18 dicembre, una frase pronunciata in diretta a Quarta Repubblica sta facendo discutere tutti: “Perché avete messo in mezzo Stasi?”. Parole che suonano come una bomba su una delle vicende di cronaca nera più seguite degli ultimi anni.
Il countdown verso questa data è carico di aspettative: l’udienza sarà decisiva per cristallizzare le prove della nuova inchiesta aperta dalla Procura di Pavia sull’omicidio di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto di diciotto anni fa. E mentre la giustizia fa il suo corso, la tv torna a essere il luogo in cui si cercano risposte, si mettono in fila i dubbi e si riaprono ferite mai del tutto rimarginate.
Il nuovo focus: Dna, perizie e il ritorno del caso in tv
Al centro del dibattito, oggi come allora, c’è il Dna sotto le unghie di Chiara. La genetista Denise Albani ha firmato la nuova relazione tecnico-scientifica, che ruota intorno al materiale genetico recuperato sulla giovane vittima. Secondo quanto emerge, quel Dna risulta compatibile con la linea patrilineare della famiglia di Andrea Sempio, ma non consente in nessun modo un’identificazione certa.
Un dettaglio che basta da solo a riaccendere il caso, ma che diventa ancora più esplosivo quando entra nel circuito mediatico. Il caso è tornato infatti protagonista anche su Rete 4, nell’ultima puntata del 16 dicembre di Quarta Repubblica, il talk condotto da Nicola Porro, che ha scelto di dedicare ampio spazio al giallo che ancora divide opinione pubblica e addetti ai lavori.
Tv, cronaca e retroscena: quando il salotto diventa tribunale
Il collegamento tra aule di giustizia e talk show è sempre più stretto, e il delitto di Garlasco non fa eccezione. In questo clima arriva anche un altro fronte mediatico, con ospiti e opinionisti che si intrecciano sui vari canali.

“Perché avete messo in mezzo Stasi…”: la frase che divide
Il cuore del dibattito televisivo è stato l’intervento del generale Luciano Lago, ex comandante dei RIS, chiamato da Nicola Porro per fare chiarezza su una vecchia ma centrale questione: la perizia De Stefano del 2014. Si tratta del documento che, all’epoca, non confermò ma neppure escluse la presenza di materiale genetico riconducibile ad Alberto Stasi sotto le unghie di Chiara Poggi.
A distanza di undici anni, però, proprio Lago sembra ora rivedere alcune conclusioni di quel lavoro. E lo fa in tv, davanti alle telecamere, mettendo in discussione non tanto i risultati, quanto il metodo e le scelte effettuate durante l’analisi, con parole molto chiare su responsabilità e margini di errore.

Le scelte tecniche che hanno segnato il caso
Il generale Lago, in studio, torna proprio su quelle fasi cruciali: “Che il perito dica: ‘Erano tutti d’accordo, eccetera’, a mio avviso non lo può dire – le parole del militare dell’Arma a Quarta Repubblica – nel senso che comunque il perito era lui, la responsabilità della scelta è tutta sua. Io avevo suggerito una tecnologia che avrebbe garantito maggiori chance di successo analitico. Questo non è stato fatto. Era una tecnica considerata avanzata, era un po’ avanzata però esisteva in Italia, la facevano, penso, un paio di laboratori, non di più. Io scrissi una mail: ‘Io suggerisco di fare questa roba qua, poi il perito fa le sue scelte’”.
Parole che riportano il pubblico dentro i retroscena tecnici di una perizia che, di fatto, ha pesato sulla storia giudiziaria di Alberto Stasi. Lago sottolinea come alcune occasioni analitiche siano state, secondo lui, mancate e come proprio quelle decisioni abbiano generato risultati oggi difficili da utilizzare in modo univoco.

“Forse si poteva fare di più”: i dubbi sulle analisi
Sulla quantificazione dei risultati, Lago è ancora più diretto: “Dal mio punto di vista, non era neanche pensabile di non farla. Forse si sarebbe potuto fare qualcosa di più e di meglio. Quando il risultato è quello che è uscito, si porta dietro un po’ le criticità che sono figlie di quelle scelte. Con quel risultato, a mio avviso, non sussistevano i requisiti tecnici per fare dei ragionamenti”.
È in questo passaggio che il discorso prende una piega ancora più delicata. Non si parla solo di scienza, ma del confine tra ciò che può essere usato in tribunale e ciò che, invece, dovrebbe rimanere un dato incerto, non sfruttabile a fini identificativi. Ed è qui che le parole dell’ex comandante dei RIS assumono una valenza quasi “correttiva” rispetto al passato.
“Per me è una perizia fatta benissimo che chiarisce alcuni punti, però mette paletti tipo che non si può sapere se è un tocco diretto o indiretto.”#Palmegiani #Garlasco#quartarepubblica pic.twitter.com/q7xXTDvWNB
— Quarta Repubblica (@QRepubblica) December 15, 2025
Quando una frase cambia tutto: “Non posso escludere Stasi”
La svolta arriva infatti quando Lago entra nel merito della famosa espressione contenuta nelle conclusioni della perizia De Stefano: “Quando poi il perito ha detto: ‘Non posso nemmeno escludere che sia di Stasi’, a mio avviso quella non è un’espressione appropriata, perché se tu dici che quei risultati non sono sufficienti per essere utilizzati a fini identificativi, non puoi includere, non puoi escludere, non puoi fare niente, quei risultati non esistono”.
E ancora: “Attenzione: è un perito che scrive una cosa nelle conclusioni della perizia, quindi non è un opinionista. Questa frase chiaramente genera equivoci: ‘Non posso escludere Stasi’, cioè sembra scritta per accondiscendere qualcuno. Getta un sospetto? Sì, un po’ sì”. Parole pesanti, che rimettono sotto i riflettori proprio quel “non posso escludere” che, agli occhi del pubblico, ha sempre avuto il sapore di un’ombra difficile da scacciare.
Il genetista Capra sulle dichiarazioni a noi rilasciate dall’ex capo del Ris Lago.#Garlasco#quartarepubblica pic.twitter.com/psNnzjoovi
— Quarta Repubblica (@QRepubblica) December 15, 2025
La reazione in studio: la domanda di Nicola Porro
A raccogliere l’effetto di queste dichiarazioni è lo stesso conduttore, Nicola Porro, che commenta così in diretta: “Non so se sono dichiarazioni fortissime perché questo era il capo del RIS e dice: ‘Per quale motivo avete messo in mezzo Stasi? Perché avreste dovuto dire: non è nulla recuperabile, non sappiamo nulla, non si può dire nulla’”.
La domanda, semplice e brutale, rimbalza a casa, sui social, tra chi segue il caso da anni: perché tirare in ballo Stasi se i dati, sul piano tecnico, non erano sufficienti? Una frase pronunciata in prima serata, che trasforma un ragionamento scientifico in un interrogativo popolare, immediato, destinato a rimanere nella memoria di chi guarda.
Chi c’era davvero sotto quelle unghie? I nuovi scenari
Questo interrogativo diventa ancora più attuale alla luce della nuova perizia della dottoressa Albani. Secondo le sue conclusioni, sulle unghie di Chiara Poggi non vi sarebbe alcuna traccia certa di Alberto Stasi, “nemmeno lontanamente paragonabile”. Una presa di posizione che, almeno sul fronte genetico, ridimensiona fortemente il suo coinvolgimento in relazione a quel reperto specifico.
Lo stesso discorso, però, vale anche per Andrea Sempio: la sua eventuale presenza sarebbe “alla lontanissima”, con un aplotipo Y riferibile alla sua linea maschile ma, in realtà, potenzialmente riconducibile a migliaia di persone in tutta Italia. In pratica, un dato troppo generico per puntare il dito su qualcuno.
Un caso tra laboratori e salotti tv: cosa succede adesso
Il risultato è un paradosso tipico della cronaca nera contemporanea: da un lato, le perizie scientifiche che invitano alla prudenza; dall’altro, i talk show che amplificano le frasi più forti e le trasformano in slogan, come quel “Perché avete messo in mezzo Stasi…” che resta il titolo non ufficiale di una serata televisiva ad alta tensione.
Ora la palla torna alle aule giudiziarie, con la chiusura dell’incidente probatorio alle porte e un’opinione pubblica divisa tra speranza di verità e stanchezza per un giallo infinito. Nel frattempo, la tv continuerà a fare da cassa di risonanza, e ogni parola pronunciata da esperti, conduttori e protagonisti rischia di diventare l’ennesimo tassello di una storia che, a distanza di anni, non smette di far discutere.


