
Alla cena di fine anno a Mar-a-Lago, Benjamin Netanyahu mostrerà il volto amichevole del premier israeliano tra strette di mano e sorrisi, sottolineando la solidità dei rapporti tra Israele e Stati Uniti e parlando di un “nuovo Medioriente”. Tuttavia, sotto la superficie del banchetto, il presidente Donald Trump potrebbe trovarsi di fronte a proposte più spinose: Netanyahu porterà sul tavolo opzioni per un nuovo attacco all’Iran, secondo quanto riferiscono fonti israeliane e americane. Questo scenario indica che un nuovo scontro militare tra i due Paesi non è più questione di “se”, ma di “quando”.
Da settimane, il dibattito su un possibile attacco all’Iran emerge con crescente insistenza sulla stampa israeliana e nei think tank, tra prudenza e scetticismo. Sei mesi dopo la cosiddetta guerra dei 12 giorni, Israele osserva con preoccupazione la corsa iraniana a ricostituire il proprio arsenale missilistico. I Guardiani della rivoluzione iraniani continuano a mostrare video di lanci ed esercitazioni, comunicando la riparazione dei sistemi di difesa aerea danneggiati durante il conflitto di giugno e puntando a una produzione annuale di circa 3.000 missili.
L’arsenale iraniano e le conseguenze del conflitto
L’Iran, insieme al Pakistan, detiene uno degli arsenali missilistici più potenti della regione. Tra i principali missili figurano il Khyber, con una gittata fino a 2.000 chilometri senza necessità di lanciatori complessi, il Fattah 2, dichiarato ipersonico con un raggio di 1.400 chilometri, e il Soumar, capace di colpire fino a 2.500 chilometri. Durante la guerra di giugno, Israele ha inflitto colpi significativi ai sistemi di difesa aerea S-300, mantenendo il controllo dei cieli iraniani per diverse ore.
Nonostante ciò, Teheran ha reagito lanciando oltre 500 missili e 1.100 droni contro Israele, riuscendo a superare le difese dell’Iron Dome e del sistema Arrow, con un bilancio di 31 morti e oltre 3.000 feriti. Gli attacchi hanno colpito 36 aree con missili e zone popolate dai droni, danneggiando 2.305 abitazioni, due università e un ospedale, e costringendo 13.000 persone a sfollare.
Timori israeliani e scenario nucleare
Il programma missilistico iraniano non è mai stato incluso nei negoziati sul nucleare, poiché Teheran lo considera uno strumento di difesa nazionale e non trattabile. Di recente, di fronte alle richieste europee di limitare la gittata dei missili, Ali Larijani ha ribadito che non sarà mai oggetto di negoziazione. Israele teme che il tempo concesso a Teheran per riorganizzarsi possa compromettere i vantaggi operativi ottenuti con la guerra di giugno.
I siti nucleari di Natanz e Fordow, danneggiati dai bombardamenti americani, rimangono vulnerabili a un nuovo rafforzamento del sistema di difesa iraniano, che potrebbe facilitare il riavvio del programma atomico. Secondo Israel Hayom, ogni giorno senza un accordo diplomatico che limiti le forze armate iraniane erode i risultati israeliani, mentre Teheran cerca collaborazione con Russia e Cina per acquisire nuove capacità missilistiche, difensive e nucleari.
La strategia di Tel Aviv appare chiara: anticipare le mosse iraniane e inviare segnali ai media sulla possibilità di un nuovo attacco, per mostrare a Teheran la prontezza israeliana. Resta aperta la reazione di Trump, che entra in un anno elettorale complesso, con midterm alle porte, calo di consensi dovuto all’inflazione e altre tensioni politiche interne. Un coinvolgimento in un nuovo conflitto tra Israele e Iran potrebbe indebolirlo ulteriormente agli occhi della sua base elettorale, soprattutto se Netanyahu continuerà a ostacolare gli accordi di pace in Medio Oriente.


