
Per anni le cronache internazionali hanno raccontato storie che sembrano appartenere a un altro tempo: palazzi reali, fughe notturne, richieste d’aiuto lanciate oltre confine e poi improvvisamente inghiottite dal silenzio. Vicende che emergono a tratti, attirano l’attenzione dell’opinione pubblica globale e poi svaniscono, lasciando dietro di sé più domande che risposte. In questi racconti il confine tra potere, famiglia e libertà personale appare sottile, fragile, spesso invisibile.
Non si tratta solo di favole nere che riguardano figure femminili imprigionate da regole antiche. Dietro le mura delle corti arabe esistono storie meno conosciute, che coinvolgono anche uomini, principi cresciuti all’interno del potere e poi divenuti suoi oppositori. È il prezzo del dissenso, quando nasce nel luogo meno tollerato: la famiglia regnante.
Leggi anche: Lutto nella famiglia reale: è morto il principe
Principi ribelli e libertà negate
Negli anni l’attenzione dei media si è concentrata soprattutto sulle vicende di principesse arabe che avrebbero tentato di sottrarsi al controllo dei parenti maschi. I casi delle sorelle Latifa e Shamsa di Dubai, figlie dell’emiro Mohammed bin Rashid al-Maktum, così come la fuga dell’ex moglie Haya verso il Regno Unito, hanno contribuito a costruire un immaginario fatto di lusso e prigionia, potere e repressione. Ma queste storie non sarebbero isolate, né esclusivamente femminili.
All’interno della Casa Reale saudita, almeno tre principi avrebbero pagato un prezzo altissimo per aver espresso pubblicamente critiche verso la monarchia. Le loro storie, ricostruite nel tempo da testimonianze e dichiarazioni indirette, raccontano di presunti rapimenti, sparizioni improvvise e ritorni forzati in patria. Un destino comune che accomuna Sultan bin Turki bin Abdulaziz, Turki bin Bandar e Saud bin Saif al-Nasr.

Il caso Sultan bin Turki e il primo rapimento
La vicenda di Sultan bin Turki bin Abdulaziz al-Saud inizia nei primi anni Duemila. Il principe viveva a Ginevra, ufficialmente per sottoporsi a cure mediche, ma anche dopo aver espresso posizioni apertamente critiche verso la politica saudita. Interviste, accuse di corruzione e richieste di riforme lo avevano reso una figura scomoda.
Nel giugno 2003, secondo la sua ricostruzione, Sultan sarebbe stato attirato in una residenza legata alla famiglia reale e lì aggredito, sedato e trasferito con la forza su un aereo diretto a Riyadh. Anni dopo, davanti a un tribunale svizzero, il principe parlò di danni fisici permanenti e di un’operazione pianificata nei minimi dettagli. Da quel momento, il suo nome divenne simbolo di un dissenso interno che raramente emergeva allo scoperto.
Una seconda scomparsa senza spiegazioni
Dopo anni di silenzio e una breve permanenza all’estero per motivi di salute, nel 2016 Sultan sarebbe sparito nuovamente. Questa volta durante un viaggio che avrebbe dovuto portarlo al Cairo. L’aereo sul quale salì, secondo le testimonianze, non giunse mai a destinazione. Da quel momento, del principe non si seppe più nulla.
Le circostanze della scomparsa alimentarono sospetti e timori, soprattutto alla luce del precedente. Parole pronunciate poco prima del viaggio, riferite da amici e collaboratori, lasciarono intendere che Sultan temesse un nuovo ritorno forzato in Arabia Saudita. Nessuna conferma ufficiale ha mai chiarito cosa sia realmente accaduto.

Turki bin Bandar e i video contro la monarchia
Un destino simile viene attribuito a Turki bin Bandar al-Saud, ex funzionario della polizia saudita. Dopo contrasti familiari e un periodo di detenzione, il principe avrebbe lasciato il Paese, stabilendosi in Europa. Dal 2011 iniziò a pubblicare video online in cui contestava apertamente l’autorità della famiglia reale, attirando su di sé una crescente attenzione.
Nonostante rassicurazioni ricevute durante contatti con esponenti del governo saudita, Turki scomparve nel 2015 durante un viaggio di lavoro. Secondo alcune ricostruzioni, sarebbe stato consegnato alle autorità saudite. Anche in questo caso, nessuna versione ufficiale ha mai chiarito la sua sorte.
Saud bin Saif al-Nasr e i tweet scomparsi
Il terzo nome è quello di Saud bin Saif al-Nasr, che nel 2014 iniziò a criticare la monarchia saudita attraverso tweet sempre più espliciti. Nel settembre 2015, dopo aver sostenuto pubblicamente posizioni radicali contro il potere costituito, i suoi messaggi cessarono improvvisamente.
Da allora, di Saud non si hanno notizie certe. Le ricostruzioni parlano di un volo che avrebbe dovuto portarlo in Italia, ma che sarebbe invece atterrato a Riyadh. Un epilogo che ricalca schemi già visti e che alimenta interrogativi inquietanti.
Un silenzio che pesa ancora
Oggi, dei principi Sultan, Turki e Saud non esistono notizie verificabili. Le uniche informazioni ufficiali parlano di un loro ritorno in Arabia Saudita, ma senza alcun dettaglio sulle condizioni o sul destino successivo. Voci e indiscrezioni, mai confermate, ipotizzano esiti drammatici.
Resta un silenzio inquietante, che avvolge tre figure accomunate dal dissenso e dalla scomparsa. Un silenzio che, per molti osservatori, rappresenta la conseguenza estrema di aver sfidato il potere dall’interno. In queste storie non ci sono finali certi, ma solo l’ombra lunga di una libertà cercata e forse mai concessa.


