
Il clima politico e sociale italiano si conferma estremamente teso non solo nelle piazze, ma anche all’interno degli studi televisivi, dove il confronto dialettico spesso travalica i confini della cortesia per sfociare in veri e propri scontri verbali.
L’ultimo episodio cronaca di questa deriva è avvenuto durante la trasmissione Quarta Repubblica, dove il direttore de Il Giornale, Tommaso Cerno, e il professor Angelo d’Orsi sono stati protagonisti di un alterco violentissimo. Al centro della disputa vi è lo sgombero dello storico centro sociale Askatasuna di Torino, un evento che ha riacceso il dibattito sul confine tra centri di aggregazione culturale e covi di illegalità o guerriglia urbana. La discussione ha rapidamente abbandonato il merito dei fatti per trasformarsi in un attacco personale reciproco che riflette la profonda polarizzazione del Paese.
Lo sgombero di Torino e la tensione nelle strade
La vicenda trae origine dai fatti avvenuti a Torino nella seconda metà di novembre, quando le forze dell’ordine hanno messo i sigilli allo stabile di corso Regina Margherita, occupato da quasi trent’anni. La decisione è stata motivata dall’inagibilità dell’edificio e dalla necessità di ripristinare la legalità, ma è stata immediatamente letta dai sostenitori del centro sociale come un atto di pura repressione politica. La tensione è culminata pochi giorni dopo in un sabato di guerriglia urbana, con un corteo di protesta che si è trasformato in una battaglia campale contro la polizia. Tra bombe carta, barricate incendiate e idranti, il bilancio è stato pesante, con numerosi agenti feriti. Questo scenario di violenza fisica si è trasferito quasi simmetricamente nel dibattito televisivo, dove le due visioni opposte della società si sono scontrate senza alcuna possibilità di mediazione.

Il confronto durissimo tra Cerno e d’Orsi
All’interno dello studio televisivo, la contrapposizione è emersa con forza fin dalle prime battute. Il professor Angelo d’Orsi, noto storico e membro del comitato di garanzia di Askatasuna, ha tentato di difendere l’esperienza del centro sociale descrivendolo come un presidio culturale e minimizzando gli episodi di violenza accumulati in tre decenni. Di contro, Tommaso Cerno ha adottato una linea di assoluta fermezza, ringraziando apertamente le forze dell’ordine e definendo l’operazione come un atto dovuto dello Stato. Il direttore ha sottolineato come in una democrazia gli spazi debbano essere ottenuti tramite canali legali, come affitti o concessioni pubbliche, e non attraverso l’occupazione abusiva. La situazione è precipitata quando i due hanno iniziato a sovrapporsi, impedendosi a vicenda di concludere i ragionamenti.
Il momento di massima tensione è stato segnato dall’appellativo di fascistello rivolto da Cerno a d’Orsi. Il direttore ha accusato il professore di avere un atteggiamento autoritario nel voler zittire l’interlocutore, invitandolo provocatoriamente a andare a lucidare le molotov. Secondo la tesi di Cerno, esponenti della cultura e della politica starebbero utilizzando le libertà garantite dalla democrazia per proteggere chi, nei fatti, la democrazia la combatte con la violenza di piazza. Il giornalista ha insistito sulla pericolosità di quella che definisce una guerriglia di mestiere, citando i legami tra i centri sociali e i movimenti più radicali della Val di Susa, descrivendo i manifestanti come soggetti armati e addestrati allo scontro, ben lontani dall’immagine romantica degli intellettuali peripatetici suggerita dal docente.
La risposta di Angelo d’Orsi non si è fatta attendere, ma invece di ribattere nel merito delle accuse di illegalità, ha scelto una strategia di attacco personale basata sulla ripetizione ossessiva. Il professore ha dichiarato di voler insultare il direttore semplicemente chiamandolo per cognome, ripetendo il nome di Cerno più volte con un tono che intendeva essere sprezzante. Questo particolare scambio ha evidenziato come il dibattito pubblico stia perdendo la capacità di confrontarsi sui dati reali del problema, ovvero la gestione degli spazi sociali e il contenimento della violenza politica, per rifugiarsi in una dialettica dell’insulto che serve più a colpire l’avversario che a informare il pubblico.


