
Per settimane il Natale era stato indicato come il momento del possibile ricongiungimento tra la famiglia che viveva nel bosco, i Trevallion-Birmingham, e i tre figli collocati in casa famiglia dal 20 novembre. Una data simbolica, caricata di speranza, che però si è progressivamente allontanata. Quel ritorno tanto atteso, almeno per ora, non ci sarà: il percorso si è bloccato a causa della “notevole rigidità” dei genitori, che non sembrano intenzionati ad accettare alcuna deroga ai “valori cui conformano le loro scelte di vita”. Papà Nathan trascorrerà il giorno di Natale nella struttura protetta di Vasto (Chieti) con la sua famiglia. Ma solo dalle 10 alle 12.30. Un incontro limitato nel tempo, autorizzato ieri dalla direzione della casa d’accoglienza dove vivono da più di un mese i suoi tre figli e la moglie Catherine.
La storia di questa famiglia, che ha scelto di vivere in modo “neorurale” lontano dalla società e dalle regole condivise, si intreccia ora con un provvedimento giudiziario severo, che mette nero su bianco i motivi per cui il rientro dei bambini a casa appare, al momento, irrealizzabile.
Il provvedimento del tribunale e il ruolo dei genitori
A illustrare nel dettaglio le ragioni della decisione è stata Cecilia Angrisano, presidente del tribunale per i minorenni, in un provvedimento di sei pagine. Nel documento si evidenzia come Nathan e Catherine Trevallion-Birmingham non appaiano disponibili a dialogare con le istituzioni né a trovare compromessi. In particolare, la madre viene descritta come la figura più intransigente e chiusa al confronto, con un atteggiamento che rende estremamente complesso qualsiasi percorso di mediazione finalizzato al rientro dei minori in famiglia.
Secondo il tribunale, la coppia difende in modo assoluto il proprio stile di vita, senza accettare nemmeno misure temporanee o d’emergenza. Una posizione che, alla prova dei fatti, si è scontrata con le esigenze di tutela sanitaria e di crescita dei bambini.
Le rigidità “neorurali” e il rifiuto delle cure
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Gli esempi di questo arroccamento su posizioni definite “neorurali” non mancano. La presidente del tribunale cita un caso emblematico: il rifiuto del sondino naso gastrico, “verosimilmente perché fatto di silicone o poliuretano”, che avrebbe dovuto essere utilizzato per curare i figli da una grave intossicazione da funghi. Un episodio che, secondo il provvedimento, dimostra quanto sia impossibile ottenere deroghe, “anche solo temporaneamente e in via emergenziale”, ai principi che guidano le loro scelte di vita.

Il caso della bronchite e la protesta della madre
Un altro episodio, citato seppur più rapidamente nel provvedimento, riguarda la resistenza della madre nel consentire la somministrazione di cure antibiotiche alla figlia affetta da una seria bronchite con broncospasmo. Anche in questo caso, la priorità sembra essere stata quella di non tradire i propri principi, più che quella di assecondare le indicazioni mediche per la tutela della salute della bambina.
Dopo il trasferimento dei minori in casa famiglia, questa opposizione si sarebbe trasformata in una protesta estrema. Secondo quanto riportato nel provvedimento, dal momento del suo ingresso nella struttura per accompagnare i figli, la donna non si sarebbe più fatta la doccia né lavata, mantenendo questa scelta per un mese intero come forma di aperta contestazione alle decisioni delle autorità.
Regole della comunità e dubbi sulla nuova casa

Nel documento si legge anche che “la madre pretende che vengano mantenute dai figli abitudini e orari difformi dalle regole che disciplinano la vita degli altri minori ospiti della comunità”. Un atteggiamento che rende difficile l’inserimento dei bambini nella struttura e la loro partecipazione alla vita quotidiana insieme ai coetanei.
A questo si aggiunge lo scetticismo del tribunale rispetto alla scelta di Nathan Trevallion di accettare una casa offerta gratuitamente da un ristoratore di Chieti. La presidente Angrisano osserva infatti: “Rimane incerta la determinazione dei genitori a stabilizzarsi nella nuova abitazione, considerato che già in passato hanno presto abbandonato altra abitazione messa loro a disposizione”. Nel provvedimento, dunque, non si legge solo una valutazione del presente, ma anche un richiamo alla storia recente della famiglia.
Diffidenza trasmessa ai figli e difficoltà con i coetanei

Questa diffidenza verso tutto ciò che è nuovo e diverso, secondo il tribunale, sarebbe stata trasmessa anche ai figli. I bambini, ancora oggi, mostrano difficoltà nell’interazione con i loro coetanei all’interno della comunità. Nel documento si legge che “si denota imbarazzo e diffidenza. Il disagio maggiore si può osservare quando si attivano fra loro confronti sia per le proprie esperienze personali che per le proprie competenze”.
Elementi, questi, che contribuiscono a spiegare perché, almeno per ora, l’ipotesi di un ricongiungimento natalizio sia definitivamente tramontata. La vicenda della famiglia nel bosco resta aperta, complessa e ancora lontana da una soluzione, con i bambini al centro di una storia in cui si scontrano scelte di vita radicali, diritti dei minori e decisioni delle istituzioni.


