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Russia, la guerra che divora se stessa: imprenditore delle armi si da fuoco in piazza

Pubblicato: 26/12/2025 13:09

La guerra in Ucraina non è più soltanto un conflitto militare, ma un fattore che plasma in profondità l’economia russa e i rapporti di potere interni. Dopo quasi tre anni di combattimenti, la durata dell’offensiva lanciata il 24 febbraio 2022 ha superato, per Mosca, quella della Seconda guerra mondiale. Un dato simbolico che aiuta a comprendere la portata di un conflitto diventato strutturale, capace di generare nuove professioni, nuove rendite e anche nuove forme di repressione.

Il Cremlino continua a richiamarsi alla retorica della “Grande guerra patriottica”, ma la realtà sul campo racconta un’altra storia. L’esercito russo resta impantanato in aree limitate del Donbass, senza riuscire a consolidare il controllo di centri devastati come Pokrovsk e Kupiansk. Questa stagnazione militare si riflette su una società sempre più piegata alle esigenze dello sforzo bellico, dove chi non tiene il passo viene schiacciato.

La punizione degli imprenditori della guerra

Il caso di Vladimir Arsenyev, imprenditore e scienziato settantacinquenne, è emblematico. Attivo nel complesso militare-industriale, era alla guida di un istituto incaricato di produrre dispositivi di comunicazione per i carri armati. Il contratto con il ministero della Difesa imponeva un aumento vertiginoso della produzione, da poche migliaia a decine di migliaia di unità l’anno, per soddisfare le richieste di una controllata del colosso statale Rostec.

Le difficoltà accumulate dall’azienda, tra carenza di manodopera e problemi di approvvigionamento legati alle sanzioni internazionali, hanno portato a ritardi nelle consegne. In Russia, però, il potere non ammette giustificazioni. I contratti sono stati rivisti al ribasso, i compensi tagliati e l’azienda spinta verso il fallimento. È in questo contesto che Arsenyev ha compiuto un gesto estremo, dandosi fuoco sulla Piazza Rossa, a pochi passi dal Cremlino.

Non si tratta di un episodio isolato. Secondo ricostruzioni giornalistiche, almeno 34 imprenditori e manager della filiera militare-industriale risultano oggi in carcere o sotto processo. Dal 2023, infatti, la legislazione russa punisce penalmente anche i semplici ritardi o il rifiuto di firmare contratti militari, indipendentemente da un presunto profitto personale. Un sistema punitivo che richiama apertamente i metodi sovietici.

Un’economia piegata allo sforzo bellico

La guerra ha svuotato il mercato del lavoro. Centinaia di migliaia di uomini sono fuggiti all’estero, mentre oltre un milione tra morti e feriti pesa su un’economia già fragile. La scarsità di manodopera è diventata cronica e colpisce soprattutto i settori civili, dove la recessione interessa ormai la maggioranza delle attività produttive.

Anche la produzione di armi e munizioni mostra segni di rallentamento. Le difficoltà di importare componenti tecnologici e l’aumento dei costi frenano la capacità industriale, nonostante la priorità assoluta assegnata al comparto militare. In questo quadro, la pressione sugli imprenditori aumenta e il confine tra fallimento economico e repressione giudiziaria si assottiglia sempre di più.

Il nuovo mestiere dei reclutatori

Accanto a chi viene punito, c’è però chi dalla guerra trae profitto. Negli ultimi anni è emersa la figura del reclutatore di soldati, un intermediario che guadagna migliaia di euro per ogni “volontario” convinto a firmare un contratto con l’esercito. In alcuni casi, il compenso può arrivare all’equivalente di 6.100 euro a recluta, alimentando un vero e proprio mercato parallelo.

Il sistema è pensato per evitare una mobilitazione generale, temuta dal Cremlino per le sue ricadute politiche. I soldati vengono presentati come volontari, attratti da bonus d’ingresso elevati e stipendi mensili che, sulla carta, promettono una stabilità economica. In alcune regioni sono previsti anche condoni di debiti personali, un incentivo potente in un Paese segnato da difficoltà finanziarie diffuse.

Promesse false e nessuna via d’uscita

Gli annunci di reclutamento proliferano online e sui social, spesso mascherati da offerte di lavoro civile. Si promettono incarichi nelle retrovie, contratti annuali e un ritorno a casa garantito. In realtà, il rinnovo automatico dei contratti e il potere discrezionale dei comandanti rendono queste promesse prive di fondamento.

Per mantenere il flusso di uomini al fronte, ormai vengono arruolati anche soggetti fragili, malati o anziani. La necessità di sostituire ogni mese decine di migliaia di soldati ha abbattuto ogni barriera, trasformando il reclutamento in un’attività senza scrupoli. In questo scenario, la guerra non solo continua, ma si autoalimenta, modellando una società russa sempre più segnata dalla repressione, dalla propaganda e da un’economia di guerra che divora le proprie risorse umane.

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Ultimo Aggiornamento: 26/12/2025 13:11

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