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A Mar-a-Lago si è fatta la pace (ma non oggi): cosa si sa del vertice tra Trump e Zelensky

Pubblicato: 29/12/2025 07:43

Il tono è stato prudente, le parole misurate. Ma dietro le frasi pronunciate davanti ai giornalisti, l’atmosfera lasciava intendere che qualcosa si stesse muovendo. Dopo mesi di stallo, accuse reciproche e combattimenti incessanti, l’idea stessa di una pace possibile è tornata a circolare con forza nei palazzi della diplomazia internazionale.

Non ci sono date, né firme. Solo segnali, incontri riservati e dichiarazioni che alimentano speranze e diffidenze allo stesso tempo. In questo equilibrio fragile, ogni parola pesa più di un comunicato ufficiale, mentre il conflitto continua a segnare il terreno e la vita di milioni di persone.

«Non voglio dire quando, ma penso che arriveremo alla pace». Con queste parole il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha commentato l’incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky avvenuto a Mar-a-Lago. Un incontro che Trump ha definito positivo, parlando di parti «molto vicine» a un accordo nei negoziati di pace tra Russia e Ucraina, pur ammettendo che restano ancora ostacoli da superare, soprattutto sul tema del cessate il fuoco.

Il piano di pace e i nodi irrisolti

Zelensky ha parlato di «importanti progressi», sostenendo che Kiev avrebbe approvato circa il 90% del piano americano in 20 punti. Il documento includerebbe garanzie di sicurezza per l’Ucraina e un piano di prosperità ancora in fase di definizione. Tra gli elementi più rilevanti, l’abbandono di due richieste storiche del Cremlino: il ritiro delle truppe ucraine dalla regione di Donetsk nel Donbass e l’impegno giuridicamente vincolante a non aderire alla NATO.

Poche ore prima dell’incontro con Zelensky, Trump aveva avuto anche un colloquio telefonico con Vladimir Putin, definito «molto produttivo». Il presidente americano ha descritto il leader del Cremlino come sinceramente interessato alla fine della guerra, una posizione che contrasta con le accuse mosse da Ucraina e leader europei, che continuano a ritenere Mosca responsabile del protrarsi del conflitto.

La posizione del Cremlino

Da parte sua, il Cremlino ha ribadito una linea rigida: per fermare le ostilità, l’Ucraina dovrebbe ritirarsi dalla parte orientale della regione di Donetsk ancora sotto il suo controllo. Una condizione definita essenziale da Mosca. Intanto, sul campo, la Russia ha intensificato la pressione militare, bombardando Kiev e le aree circostanti, lasciando oltre un milione di abitazioni senza elettricità per ore e annunciando la conquista di altre due città nell’Ucraina orientale.

Secondo il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, «l’Europa e l’Unione Europea» sarebbero diventate «il principale ostacolo alla pace». Trump, dal canto suo, non nasconde l’irritazione per la lentezza dei colloqui: «È estremamente frustrato da entrambe le parti», ha spiegato la sua portavoce Karoline Leavitt.

Garanzie di sicurezza e il nodo Zaporizhzhia

Oltre al destino del Donbass, al centro delle discussioni c’è anche la centrale nucleare di Zaporizhzhia, occupata dai soldati russi. Trump ha parlato di «progressi significativi» sul futuro dell’impianto, affermando che potrebbe «ripartire quasi immediatamente». I negoziatori statunitensi avrebbero proposto un controllo condiviso, mentre le riparazioni alle linee elettriche sono iniziate dopo un cessate il fuoco locale mediato dall’AIEA.

La Russia controlla oggi tutta la Crimea, annessa nel 2014, e circa il 12% del territorio ucraino, inclusa la maggior parte del Donbass e ampie porzioni delle regioni di Zaporizhzhia, Cherson, Kharkiv, Sumy, Mykolaiv e Dnipropetrovsk, secondo stime russe. Alla vigilia dell’arrivo di Zelensky in Florida, nuovi attacchi con missili e droni hanno colpito diverse aree del Paese, interrompendo energia elettrica e riscaldamento.

Tra ottimismo dichiarato e realtà sul campo, la strada verso la pace resta dunque incerta. Ma, per la prima volta da tempo, il linguaggio della diplomazia ha ricominciato a parlare di accordi, non solo di armi.

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