
Il secondo interrogatorio di Jacques e Jessica Moretti, oggi formalmente indagati per omicidio colposo, lesioni colpose e incendio colposo per la strage di Crans-Montana, segna un passaggio giudiziario atteso ma lascia dietro di sé un segno che va oltre le carte processuali. Non è solo ciò che viene detto davanti agli inquirenti svizzeri a pesare, ma anche – e forse soprattutto – ciò che non viene detto fuori, davanti alle telecamere.
All’uscita dall’audizione, ai coniugi viene rivolta una domanda semplice, quasi elementare: volete chiedere scusa?. La risposta non arriva. Nessuna parola, nessun gesto, nessun accenno. Solo un silenzio che si allunga per pochi secondi ma che, nel suo vuoto, si fa assordante. Un silenzio che pesa come un macigno, perché non è solo assenza di voce ma rifiuto. Quel tacere, di fronte alla richiesta di un gesto umano prima ancora che giudiziario, diventa uno sfregio per le famiglie delle vittime, che da giorni chiedono verità, responsabilità e almeno un segnale di consapevolezza.
Dal punto di vista formale, l’interrogatorio rappresenta la prima vera svolta dell’inchiesta: dopo essere stati ascoltati inizialmente solo come testimoni, i proprietari del locale teatro dell’incendio vengono ora sentiti come indagati, a distanza di giorni da una tragedia che ha causato 40 morti e oltre 100 feriti. Una tempistica che ha già alimentato polemiche sulla conduzione dell’indagine e sulle scelte della Procura del Vallese, accusata da più parti di eccessiva cautela.
Ma il silenzio davanti alle telecamere apre un piano diverso, simbolico e morale. È anche sconfitta, perché chi non riesce a parlare sembra ammettere di non avere parole, di non avere un terreno su cui stare. È baratro, perché quel vuoto di suono allarga la distanza tra chi ha perso figli, fratelli, amici, e chi avrebbe almeno il dovere di riconoscere pubblicamente quella sofferenza. In quelle frazioni di secondo, il silenzio dice tutto ciò che non si vuole – o non si riesce – a dire.
Sul piano giudiziario, le indagini proseguono tra verifiche sulle misure di sicurezza, sull’assenza dei sistemi antincendio e sulle eventuali responsabilità multiple, che potrebbero coinvolgere anche il livello amministrativo e i controlli comunali. Sul piano umano, però, il tempo si è fermato in quell’istante muto. Perché mentre la giustizia seguirà i suoi tempi, alle famiglie resta l’attesa di un gesto minimo, di una parola che forse non cambierebbe il processo, ma che potrebbe almeno riconoscere l’enormità del dolore lasciato da quella notte.


