
Croci improvvisate, mazzi di fiori appoggiati sulla neve sporca, candele accese che resistono al freddo. All’angolo tra Portland Avenue e la 34esima strada di Minneapolis il silenzio pesa quanto la rabbia. È qui che mercoledì l’agente federale Jonathan Ross ha ucciso Renee Nicole Good mentre la donna stava osservando l’arresto di alcuni immigrati irregolari. Intorno, i segni della tensione sono ovunque: lacrimogeni, spray urticanti, proiettili di gomma. Poco distante, davanti al Bishop Henry Whipple Federal Building, la protesta è esplosa contro quella che i manifestanti definiscono una violenza dello Stato contro i cittadini. Laura Matson si inginocchia, stringe le mani e sussurra: «Chi ci difenderà ora? Fino a dove si spingeranno per attaccarci? Che fine farà la nostra democrazia?». Jordan Coffer non usa mezzi termini: «È stata una esecuzione a sangue freddo».
Minneapolis come nel 2020
La memoria collettiva corre inevitabilmente al 2020, quando Minneapolis divenne il simbolo globale delle proteste seguite all’uccisione di George Floyd. Oggi la città ribolle di nuovo. Lo shock iniziale ha lasciato spazio a una rabbia che cresce anche per il racconto immediato imposto dall’amministrazione Trump, che ha emesso il suo verdetto prima ancora di attendere gli esiti delle indagini. Renee viene descritta come una «terrorista», una figura pericolosa che avrebbe tentato di attaccare gli agenti. Un’etichetta respinta con forza da chi era presente e dai video circolati nelle ore successive, che mostrano la donna mentre cerca di allontanarsi in auto.
L’inchiesta è stata immediatamente assunta dall’Fbi, escludendo le autorità locali. Una scelta che ha alimentato sospetti e timori, perché rompe una prassi consolidata di collaborazione tra forze federali e statali. Secondo molti, la decisione punta a evitare che emergano elementi in contrasto con la versione ufficiale già diffusa. Intanto la Casa Bianca dipinge la vittima come una provocatrice, una militante pronta allo scontro, per sostenere una linea durissima sull’immigrazione che rischierebbe di incrinarsi se l’episodio venisse letto come un abuso.
La piazza e l’escalation
Dopo una veglia notturna tra preghiere e lacrime, la mattina successiva la folla è tornata nelle strade. Il Bishop Henry Whipple Federal Building è diventato il simbolo di quella che molti definiscono un’invasione dei federali, percepiti ormai come nemici. Le scuole pubbliche sono state chiuse per timore che gli scontri coinvolgano studenti e insegnanti. Gregory Bovino, capo della US Custom and Border Patrol a Minneapolis, si è mostrato in prima linea tra i manifestanti, un gesto interpretato come un tentativo di intimidazione. L’annuncio dell’invio di altri cento agenti ha ulteriormente acceso gli animi. La risposta della piazza è un coro unanime: «Siete agenti di confine, tornate al confine!».
L’offensiva contro l’immigrazione in Minnesota va avanti da settimane e colpisce uno Stato che ospita una vasta comunità di origine somala, più volte bersaglio di dichiarazioni violente. A questo si è sommato uno scandalo su presunte frodi legate ai fondi per l’assistenza agli immigrati, che ha indebolito il quadro politico locale. Ora però il sangue di Renee, cittadina americana, ha cambiato il terreno dello scontro e costretto l’amministrazione a difendersi passando all’attacco.
Un’America in allarme
Il governatore Tim Walz, che nel 2020 aveva affrontato le proteste dopo la morte di Floyd, invita alla calma ma non nasconde la preoccupazione. «L’amministrazione ha già deciso di chi è la colpa, prima ancora di cominciare l’inchiesta», denuncia. E avverte: senza trasparenza sarà difficile per la comunità accettare qualsiasi conclusione. «La cosa più importante è appurare la verità e fare giustizia». Walz chiede ai cittadini di manifestare senza cedere alla violenza: «Non diamo all’amministrazione la scusa per fare quello che vuole e invadere la nostra città».
Le immagini di Minneapolis non restano isolate. Proteste attraversano il Paese, da New York a Los Angeles, da Chicago a Seattle, da Philadelphia a New Orleans. Nelle città democratiche cresce la sensazione di un’offensiva mirata a ridefinire l’equilibrio istituzionale. Davanti ai militari con i fucili spianati, la domanda rimbalza tra la folla: esiste ancora una differenza netta tra queste strade e quelle di una capitale sotto regime?


