
È morto a Parigi venerdì 9 gennaio, all’età di 75 anni, Zéno Bianu, poeta e scrittore franco-romeno noto per un’opera capace di intrecciare poesia, teatro e jazz. La notizia è stata confermata dalla casa editrice Gallimard, che lo ha ricordato come “poeta, autore drammatico, orientalista e traduttore”, oltre che come uno dei firmatari del celebre “Manifeste électrique”, testo che negli anni Settanta contribuì a rinnovare profondamente la scena poetica francese.
Secondo Gallimard, i testi di Bianu, “densi e vibranti”, entravano spesso in risonanza con figure radicali dell’arte e della cultura contemporanea. Tra i riferimenti evocati dall’editore figurano Antonin Artaud, Yves Klein, Chet Baker e Pier Paolo Pasolini, a testimonianza di una poetica aperta alla contaminazione tra linguaggi e discipline.
Le origini e il ruolo dell’oralità
Nato a Parigi il 28 luglio 1950, da madre francese e padre romeno rifugiato politico, Bianu ha sempre rivendicato il valore centrale dell’oralità nella poesia. Un’impostazione che lo ha portato a privilegiare la dimensione performativa del testo, attraverso letture pubbliche spesso accompagnate dalla musica e adattamenti teatrali.
Nel corso della sua carriera ha collaborato con attori come Denis Lavant e Jean-Marc Barr, contribuendo a portare la poesia fuori dai circuiti tradizionali e a renderla esperienza scenica e sonora.
Le opere e l’eredità letteraria
La produzione di Zéno Bianu comprende circa cinquanta opere, tra raccolte poetiche e saggi. Tra i titoli più noti figurano “Infiniment proche”, “Pierrot solaire” e l’antologia “Petit éloge du bleu”. In Italia, la sua opera è stata tradotta solo in modo sporadico, rendendolo una figura ancora poco conosciuta dal grande pubblico.
Con la sua scrittura ibrida e sperimentale, Bianu lascia un’eredità letteraria segnata dalla ricerca continua, dal dialogo con le arti e da una concezione della poesia come atto vivo e condiviso.

