
Cominciano a tornare a muoversi i primi ragazzi sopravvissuti al rogo di Crans-Montana, ricoverati da giorni al Niguarda. Molti di loro sono amici da sempre, si conoscono fin dall’infanzia, e in questo tempo sospeso condividono una prova che li lega ancora di più.
“I ragazzi che sono stati estubati ogni tanto si incrociano, si salutano. Questa condivisione, che è anche quella di noi genitori, aiuta”, raccontano le famiglie.
L’attesa per il ritorno di Leo Bove
Mentre al Centro ustioni il lavoro dei medici prosegue senza sosta, tutti guardano al cielo. Oggi potrebbe essere il giorno atteso da tutti, quello del trasferimento di Leo Bove, il sedicenne ricoverato a Zurigo, rimasto finora in Svizzera a causa delle sue condizioni cliniche e del maltempo sulle Alpi.
Il ponte aereo sanitario, che ha già riportato in Italia gli altri feriti ora curati al Niguarda, potrebbe rimettersi in funzione se le condizioni meteo lo permetteranno. Il suo possibile arrivo viene vissuto come un segno di speranza condivisa, non solo per la sua famiglia, ma per tutti i genitori e i ragazzi.
Dentro il Centro ustioni: cure e solidarietà
Nel frattempo, la vita dentro l’ospedale continua. Giornate fatte di terapie, fisioterapia, piccoli progressi e tanta attesa.
“La solidarietà che riceviamo è commovente”, racconta Umberto Marcucci, papà di Manfredi, ricoverato in Terapia intensiva. Negli ultimi giorni, persone sconosciute si sono presentate in ospedale offrendo una casa, un letto, un aiuto concreto alle famiglie costrette a restare a Milano per un tempo indefinito. “Una signora è arrivata solo per portarci un angelo — racconta Marcucci — l’abbiamo messo in sala d’attesa”.
Genitori uniti dal dolore e dai piccoli passi avanti
Mamme e papà, molti dei quali si conoscevano già prima dell’incidente, trascorrono insieme più tempo possibile.
“Abbiamo pranzato insieme — spiega Valentino Giola, papà di Giuseppe — tra noi c’è una condivisione del dolore e delle preoccupazioni, ma anche delle piccole gioie e dei passi in avanti dei nostri figli”.
Per chi è stato estubato e ha iniziato a parlare e camminare, le giornate sono lunghe: esercizi, cure, riabilitazione. Nei giorni scorsi, uno dei primi segnali arrivati dall’esterno è stato un post sui social, poi rimosso, di Eleonora Palmieri, che ha invitato tutti a “onorare la vita”, ringraziando chi non le ha mai lasciato la mano e ricordando “gli angeli che non ce l’hanno fatta”.
La forza di non sentirsi soli
Per accedere al Centro ustioni, le famiglie devono indossare camici, calzari e mascherine: l’ingresso è rigidamente controllato, perché si tratta di pazienti estremamente delicati. Anche un breve incontro, uno sguardo, una parola scambiata nei corridoi ha un peso enorme.
“Il fatto che possano vedersi, anche solo ogni tanto — conclude Giola — sapere che possono scambiarsi qualche parola e che non sono soli, è un grande conforto anche per noi”. In mezzo al dolore, la forza del gruppo diventa parte della cura.


