
Il mondo del calcio si ferma davanti alla notizia che nessuno avrebbe voluto leggere. È morto Rocco Commisso, presidente della Fiorentina, figura amata e controversa proprio come tutti quelli che hanno davvero lasciato un segno. Aveva 76 anni e si è spento negli Stati Uniti, dove era arrivato bambino e dove ha costruito una vita fatta di lavoro, ambizione e orgoglio. A Firenze lo ricordano per quel suo modo semplice di presentarsi, “chiamatemi Rocco”, e per quella vicinanza che non era soltanto immagine ma carattere. L’annuncio della famiglia parla di “dolore e tristezza” e nelle parole scelte ci sono già le tracce dell’eredità umana lasciata da un uomo che ha provato fino all’ultimo a rimanere in piedi accanto alle sue aziende e al suo club.
La Fiorentina ha affidato al suo sito la comunicazione ufficiale della scomparsa. Nel testo si legge di un marito leale, un padre severo e amabile, un presidente “inarrestabile” che ha lavorato fino agli ultimi giorni dedicandosi a Mediacom e alla Fiorentina. C’è un passaggio in cui la famiglia racconta che la squadra viola è stata “la cosa più bella che si è regalato”, perché nei corridoi del Viola Park, tra i ragazzi e le ragazze del settore giovanile, sembrava ritrovare quel futuro che aveva afferrato con i denti quando era partito dall’Italia. Sette anni di gestione, tre finali (due di Conference League e una di Coppa Italia), la costruzione di un centro sportivo all’avanguardia e un dialogo costante con i tifosi: nel bene e nel male, sempre a volto scoperto. Oggi Firenze piange il suo presidente e lo fa con la consapevolezza che il Viola Park porterà il suo nome per sempre.
Una storia americana
Commisso era nato a Marina di Gioiosa Ionica, in Calabria. Aveva solo dodici anni quando si era imbarcato per gli Stati Uniti. Se si vuole capire il personaggio, basta partire da qui: dall’immagine di un ragazzino che attraversa l’oceano senza sapere che un giorno entrerà nella Forbes 400. Si diploma alla Mount Saint Michael nel Bronx, poi ottiene una borsa di studio grazie al calcio e finisce alla Columbia University, dove si laurea in ingegneria industriale, prende un MBA e si costruisce il primo pezzo di quella carriera che cambierà la sua vita. Passa per la finanza, approda nel mondo delle telecomunicazioni, guida aziende, accumula esperienza e nel 1995 fonda Mediacom con un’idea molto americana: portare la tecnologia dove nessuno guarda. È così che un imprenditore italo-americano nato in un paesino della Calabria diventa uno dei leader del cavo negli USA, con milioni di utenti serviti e riconoscimenti infiniti.
Il suo nome finirà associato all’Ernst & Young Entrepreneur of the Year Award, all’Ellis Island Medal of Honor, alla Cable Center Hall of Fame, al Vanguard Award e a una lunga serie di riconoscimenti che in Italia abbiamo sempre raccontato troppo poco, perché quando un italiano trova fortuna in America tendiamo a ridurlo a una mascotte folkloristica, senza vedere la fatica che c’è dietro. Negli ultimi anni, sotto la sua guida, Mediacom è stata premiata come Best Managed Company dal Wall Street Journal e da Deloitte Private, un traguardo che lui inseguiva non per vanità ma per quella forma di patriottismo industriale che si costruisce nel tempo.
Cuore viola e pallone
Il calcio non era una distrazione, era parte del suo carattere. Giocò con i Columbia Lions tre stagioni, diventando co-capitano e ricevendo premi e riconoscimenti. A un certo punto sfiorò persino un provino per la nazionale statunitense in vista delle Olimpiadi del 1972. In quegli anni co-fondò i Friends of Columbia Soccer, contribuì alla crescita del programma sportivo universitario e lasciò un’eredità talmente forte che nel 2013 la Columbia decise di intitolargli lo stadio del Baker Athletics Complex. Per lui era una forma di riconoscenza verso un Paese che gli aveva dato possibilità e verso uno sport che gli aveva aperto le porte. Da lì ai New York Cosmos il passo è stato naturale: acquistò il club nel 2017, ne divenne presidente, mantenne vivo il marchio e nel 2025 ne cedette la quota di maggioranza, conservando comunque una partecipazione.
L’approdo a Firenze
Poi arriva Firenze, nel giugno 2019. Arriva il presidente, ma arriva soprattutto l’uomo che si presenta con un sorriso e una frase: “Chiamatemi Rocco”. Non è uno slogan, è un modo di dire che lui non era lì per recitare una parte. La Fiorentina ha vissuto anni di costruzione, di tensione, di investimenti, di scelte condivise e contestate. Oggi si può discutere tutto, tranne una cosa: il Viola Park, inaugurato nel 2023, resterà per sempre. È un’opera pensata per i giovani, per il settore femminile, per gli allenamenti, per dare a Firenze un luogo che non avesse nulla da invidiare ai grandi club europei. È anche il segno che Commisso non si era accontentato dell’estetica, ma aveva provato a dare una casa alla Fiorentina.
L’uomo che aiutava i giovani
Nella sua vita americana Commisso ha fatto qualcosa che racconta meglio di qualsiasi biografia il modo in cui vedeva il futuro: ha finanziato borse di studio. Migliaia. Attraverso programmi interni di Mediacom, con fondi per commemorare l’11 settembre, con premi per giovani imprenditori e con iniziative nelle scuole del Bronx. Ha creato il Rocco B. Commisso American Dream Fund, ha finanziato borse annuali alla Columbia, ha provato in modo diretto a restituire ciò che lui aveva ricevuto. Lo ha fatto senza retorica, con la concretezza di chi crede davvero nel merito e nelle opportunità.
Oggi resta l’immagine di un uomo che è stato allo stesso tempo immigrato, studente, atleta, imprenditore, presidente e tifoso. Firenze lo saluta con tristezza, l’America lo ricorda come una delle sue storie migliori e la Calabria torna a guardarlo con quella malinconia che riserviamo a chi se n’è andato per inseguire il destino. In un comunicato la Fiorentina ha scritto che il Viola Park “vivrà per sempre”. È anche così che si misura una vita: con ciò che resta quando una persona non c’è più. Rocco Commisso lascia un segno.


