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Caso Orlandi, la telefonata-choc tra Carnazza e Accetti: «Ora racconto cosa hai fatto con Emanuela…»

Pubblicato: 20/01/2026 11:18

È un’intercettazione telefonica destinata a pesare come un macigno sui lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. La conversazione, datata 4 aprile 1997, coinvolge Marco Accetti, fotografo romano finito anni dopo sotto indagine, e la sua convivente di allora, Ornella Carnazza, nel pieno di una separazione segnata da tensioni e accuse reciproche per l’affidamento della figlia.

La telefonata è violenta, carica di urla e sovrapposizioni di voce. A un certo punto, nel tentativo di zittire l’uomo, la donna cala l’asso: «Comincerò a raccontare per telefono tutte le cose di una certa ragazza… Parliamo di Emanuela Orlandi e di quello che vuoi fare con lei?». Una frase che, riascoltata oggi, assume un peso inquietante.

Colpisce soprattutto l’uso del tempo presente: «quello che vuoi fare con lei». Nel 1997 Emanuela Orlandi era scomparsa da quasi 14 anni. Perché parlarne come se fosse ancora viva? O, in alternativa, la Carnazza sapeva che Accetti stava preparando una mossa pubblica sulla vicenda? All’epoca il fotografo era già sotto osservazione per un’altra scomparsa, quella del giovane rom Bruno Romano.

Quelle parole sono rimaste per anni sepolte negli archivi, riemerse solo nel 2013, quando Accetti si è autoaccusato del sequestro Orlandi-Gregori. Oggi, a 29 anni di distanza, tornano centrali: la Commissione parlamentare ha convocato Ornella Carnazza a Palazzo San Macuto per il 22 gennaio, con l’obiettivo di chiarire il senso reale di quelle frasi.

Il nodo è cruciale: la donna stava inventando tutto per intimidire l’ex compagno, sfruttando un caso noto all’opinione pubblica, oppure era davvero a conoscenza di un coinvolgimento diretto di Marco Accetti? In passato, interrogata dagli inquirenti, Carnazza ha sostenuto di non ricordare. Davanti al Parlamento, la memoria potrebbe tornare.

Nel frattempo, gli indizi contro Accetti restano numerosi. La sua voce, secondo una perizia fonica, combacerebbe con quella dell’“Americano”, autore delle telefonate giunte in Vaticano nel luglio 1983 e di quelle indirizzate all’avvocato Gennaro Egidio, il cui contenuto Accetti ha dimostrato di conoscere in dettaglio pur non essendo mai stato reso pubblico.

Non solo. È sempre Accetti a comparire nel cosiddetto “lato A della cassetta delle sevizie”, dove legge un lungo comunicato simulando un accento straniero. Un tassello che si aggiunge a un mosaico già complesso, che lo vede comparire anche sullo sfondo del delitto di Katy Skerl, con inquietanti anticipazioni sul furto della bara.

Sotto la lente anche il cerchio di amicizie femminili che gravitava attorno a lui negli anni Ottanta. Una ragazza si trovava a Boston nel periodo in cui partirono alcune rivendicazioni ritenute credibili; un’altra potrebbe aver scritto i comunicati; una terza ha ammesso di aver prestato la voce per un audio inviato dagli Stati Uniti. Un coinvolgimento forse inconsapevole, ma tutto da chiarire.

Infine, resta il capitolo del flauto di Emanuela Orlandi, consegnato da Accetti nel 2013. Mancano prove di Dna, ma il riconoscimento dei familiari, la marca, la custodia, le abrasioni e perfino il numero di matricola spingono a ritenere che lo strumento fosse davvero quello della ragazza. Troppi dettagli per liquidarli come millanteria.

Ora l’attenzione si sposta su Palazzo San Macuto: dopo l’audizione di Ornella Carnazza, il 29 gennaio toccherà allo stesso Marco Accetti. La Commissione presieduta dal senatore Andrea De Priamo si prepara a una fase decisiva. Sul caso Orlandi-Gregori, la verità potrebbe essere più vicina di quanto sembri.

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