
Massimo Bossetti torna a parlare pubblicamente dal carcere di Bollate, dove sta scontando l’ergastolo definitivo per l’omicidio di Yara Gambirasio, avvenuto nel 2010. In un’intervista esclusiva a Bruno Vespa per Porta a Porta, il muratore di Mapello, oggi 55enne, ripercorre i passaggi centrali della sua vicenda giudiziaria e personale, ribadendo ancora una volta la propria innocenza.
Nel colloquio televisivo, Bossetti si sofferma sulle condizioni della sua detenzione, sul peso degli anni trascorsi in cella e sul progressivo isolamento affettivo che, a suo dire, ha segnato la sua vita dietro le sbarre.
La versione di Bossetti e la richiesta sul dna
Di fronte alle telecamere, Massimo Bossetti torna a proclamarsi estraneo al delitto e chiede un confronto diretto con i genitori di Yara Gambirasio: “Guardandomi negli occhi, capirebbero che non sono l’assassino”. Un passaggio che riporta al centro dell’attenzione il nodo della sua condanna e del rapporto con la famiglia della vittima.
Al cuore delle sue dichiarazioni c’è ancora una volta la richiesta di ripetere l’esame del dna, la prova scientifica che ha portato i giudici a condannarlo all’ergastolo e che gli inquirenti considerano però “irripetibile”. Bossetti afferma anche di rifiutare i permessi premio: “Voglio uscire a testa alta, non con benefici regalati”.
Il caso Yara e le altre indagini
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L’intervista riporta l’attenzione su uno dei casi giudiziari più discussi degli ultimi anni, con il dibattito ancora aperto tra chi ritiene il verdetto definitivo e chi continua a mettere in dubbio le prove raccolte, a partire proprio dal profilo genetico attribuito a “Ignoto 1”.

“Mia moglie…”: la frattura con Marita Comi
Uno dei passaggi più delicati dell’intervista riguarda la sfera privata. Bossetti racconta che la moglie, Marita Comi, non va più a trovarlo in carcere. Spiega così le ragioni dell’interruzione delle visite: “Sono nate incomprensioni tra di noi. A parte la scoperta, come sapete tutti, dei tradimenti”.
L’uomo lascia intendere che le tensioni legate alle infedeltà emerse negli anni abbiano compromesso in modo profondo e forse definitivo il rapporto. Dice di preferire “un chiarimento a quattr’occhi fuori dal contesto carcerario”, segnalando come il carcere non sia, a suo giudizio, il luogo adatto per ricucire una relazione già segnata.
La vita familiare spezzata dal carcere

La rottura con la moglie, che in passato lo aveva sostenuto, si inserisce in un quadro di crescente solitudine. Per Bossetti, il rapporto con Marita rappresentava uno dei pilastri emotivi della vita familiare prima dell’arresto e del processo per l’omicidio di Yara Gambirasio.
Ora, racconta, il legame coniugale appare logorato e sospeso in un limbo, tra ferite personali e distanza imposta dalla detenzione, con l’idea di un possibile confronto rimandata a un futuro ipotetico, “fuori dal contesto carcerario”.
I figli come ancora di salvezza
Diversa, invece, la situazione con i figli, che continuano a fargli visita con regolarità. Bossetti parla del loro sostegno costante: “Mi alimentano di affetto con coraggio, ma nessuno mi ridà gli anni persi”. Un’affermazione che sottolinea il peso del tempo trascorso in carcere e la consapevolezza che ciò che è stato tolto alla loro vita familiare non potrà essere recuperato.
Quella presenza, racconta, è uno dei pochi legami rimasti e lo aiuta a mantenere un contatto con il mondo esterno. In un contesto segnato dalla solitudine e dalla rottura con la moglie, il rapporto con i figli diventa, nelle sue parole, un sostegno psicologico essenziale.
Affetti e solitudine dietro le sbarre

L’ergastolano di Bollate insiste più volte sul ruolo dei figli nella sua vita attuale, descrivendoli come la forza che lo “alimenta” emotivamente. Nel racconto emerge il contrasto tra l’affetto che continua a ricevere e la percezione del tempo perduto, degli anni che, come ripete, nessuno potrà restituirgli.
La dimensione umana del caso, in questo passaggio, si sovrappone alla vicenda giudiziaria, restituendo il quadro di una famiglia segnata da una condanna definitiva e da un lutto che ha sconvolto la comunità di Brembate di Sopra.
Il lavoro in carcere e l’impossibilità di immaginare il futuro
Nel carcere di Bollate, Massimo Bossetti svolge oggi un’attività lavorativa: ha un contratto di quattro ore come metalmeccanico. Un impegno che definisce fondamentale anche sul piano psicologico: “Il lavoro è importante per un detenuto, anche per tenerlo lontano dai cattivi pensieri”.
Parlando del proprio stato d’animo, torna ancora una volta sui figli: “Mi sostengono con coraggio. Il mio cuore viene alimentato dalla loro forza. Ma nessuno può ridarmi tutti gli anni persi, io non riesco a immaginarmi un futuro”. Parole che raccontano una condizione sospesa, tra la routine del carcere e l’incapacità di proiettarsi in avanti.
La quotidianità dell’ergastolo
Il riferimento al lavoro come antidoto ai “cattivi pensieri” si inserisce nel quadro più ampio della vita in un istituto di pena come Bollate, spesso citato per i percorsi di reinserimento e le attività interne. Per Bossetti, tuttavia, resta centrale l’idea del tempo che scorre senza possibilità, al momento, di intravedere un domani diverso.
Le sue parole restituiscono l’immagine di un detenuto che alterna riferimenti concreti alla quotidianità carceraria a riflessioni sul futuro che dice di non riuscire neppure a immaginare.
In esclusiva Massimo Bossetti intervistato da Bruno Vespa nel carcere di Bollate.
— Porta a Porta (@RaiPortaaPorta) January 22, 2026
L’intervista integrale andrà in onda questa sera #22gennaio a #PortaAPorta, in seconda serata su Rai1. pic.twitter.com/MHloccvpgb
“So di essere innocente”: la posizione di Bossetti sul delitto Yara
Nella parte finale dell’intervista, Massimo Bossetti torna sul delitto di Yara Gambirasio, ribadendo con forza la propria posizione: “Io so di avere la coscienza interiore più pulita. So di essere innocente, so di non aver commesso questo orribile, orrendo delitto e posso viaggiare a testa alta per guardare dritto negli occhi le persone. Io non avrei mai potuto commettere un’atrocità del genere. Se avessi commesso una cosa del genere, le dico sinceramente che non avrei più avuto coraggio di andare a casa ad abbracciare i miei figli”.
Parole che ripropongono, a distanza di anni dalla sentenza definitiva, il contrasto tra la verità processuale e la versione dell’uomo condannato all’ergastolo. Un contrasto che continua a tenere acceso il dibattito pubblico attorno al caso Yara e alla figura di Bossetti, divisa tra la ricostruzione delle carte giudiziarie e le sue ripetute proclamazioni di innocenza.


