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Minneapolis, agenti federali uccidono un uomo in strada. Un testimone: «Era disarmato»

Pubblicato: 25/01/2026 08:39

Un’altra morte su una strada innevata di Minneapolis, alle nove del mattino, a meno di venti giorni dall’uccisione di Renee Good. Questa volta la vittima è Alex Pretti, 37 anni, infermiere di terapia intensiva, cittadino americano. A ucciderlo è stato un agente della Border Patrol, impegnato in un’operazione dell’ICE lontano dai confini, nelle città a guida democratica.

Come già accaduto in altri casi, a raccontare la scena sono i video girati dai passanti. Le immagini sono caotiche e violente: sul marciapiede almeno sei agenti mascherati, con divise che ricordano gruppi paramilitari, circondano un uomo a terra che cerca di divincolarsi. C’è chi colpisce, chi tenta di immobilizzarlo, chi estrae l’arma. Poi gli spari. Pretti, già disarmato secondo più ricostruzioni, crolla sull’asfalto.

Subito emergono le prime contraddizioni. Un testimone oculare anonimo, autore di uno dei video, ha dichiarato in un’affidavit di non aver mai visto Pretti impugnare una pistola. La testimonianza, riportata dal Guardian e diffusa dall’American Immigration Council, racconta che l’infermiere stava cercando di aiutare una donna spinta a terra dagli agenti quando è stato afferrato e trascinato sul marciapiede.

Secondo quanto ricostruito dal New York Times, Pretti aveva in mano un telefono cellulare, non un’arma. Anche l’analisi dei filmati effettuata dal quotidiano statunitense sembra smentire la versione federale: nei video l’uomo viene colpito con lo spray al peperoncino, atterrato e immobilizzato, mentre non appare armato.

Nel giro di poche ore Minneapolis diventa il simbolo di un’America spaccata. Da una parte le autorità locali: il sindaco, il capo della polizia e il governatore del Minnesota, Tim Walz, che tornano a chiedere alla Casa Bianca la fine di quella che definiscono una vera e propria “occupazione dell’ICE”. Dall’altra il governo federale, che diffonde per primo la sua versione ufficiale.

In un comunicato del Dipartimento per la Sicurezza interna, la vittima viene descritta come un uomo armato che avrebbe reagito con violenza. Secondo i federali, Pretti avrebbe mostrato una pistola calibro 9 agli agenti, costringendo uno di loro a sparare «sentendosi in pericolo». Vengono diffuse le immagini di una pistola e di due caricatori, senza chiarire dove si trovasse l’arma al momento degli spari.

Mentre in Minneapolis sud l’aria gelida del mattino si riempie di gas lacrimogeni e i manifestanti gridano «Shame», il sindaco Jacob Frey attacca direttamente Donald Trump: «Quante persone dovranno ancora morire? State proteggendo le famiglie o le state distruggendo?». Accanto a lui, il capo della polizia Brian O’Hara smentisce la versione federale: Pretti aveva 37 anni, era cittadino americano e possedeva regolarmente il porto d’armi.

A difendere l’operato degli agenti arriva poi Greg Bovino, capo della Border Patrol, che ribadisce la linea del governo e accusa le autorità locali di omissioni. Sostiene che i suoi uomini fossero alla ricerca di un «pericoloso immigrato illegale» e che Pretti apparisse intenzionato a provocare «il massimo danno». Poco dopo, Trump scrive su Truth: «Lasciate lavorare i nostri patrioti», accusando sindaco e governatore di fomentare l’insurrezione.

Intanto nuove smentite arrivano dai media americani. Il New York Times ribadisce che i video mostrano Pretti mentre si frappone tra una donna e un agente, con un telefono in mano e nulla nell’altra. La pistola, scrive il quotidiano, viene individuata solo dopo che l’uomo è stato immobilizzato. E mentre i genitori riconoscono il corpo dell’infermiere, un altro episodio scuote la città: una bambina di due anni arrestata insieme al padre in un’operazione ICE, trasferita in un centro di detenzione in Texas. Un dettaglio che rende ancora più cupo il quadro di una Minneapolis sotto assedio.

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Ultimo Aggiornamento: 25/01/2026 08:40

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