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Minnesota, il mondo degli affari fa pressione su Trump: “Il troppo è troppo”. E il presidente Usa fa marcia indietro

Pubblicato: 27/01/2026 09:47

Per la prima volta dall’inizio della nuova fase della presidenza Trump, una parte consistente del mondo economico americano ha deciso di esporsi apertamente contro la Casa Bianca. A innescare la reazione è stato l’assassinio di Alex Pretti a Minneapolis, avvenuto dopo quello di Renee Good, episodi che hanno segnato un punto di rottura nel rapporto tra l’amministrazione e una parte dell’opinione pubblica, in particolare negli ambienti imprenditoriali del Minnesota.
Fino a quel momento, attaccare direttamente Donald Trump era rimasto un tabù, per il timore di ritorsioni politiche o economiche. Ma la gestione del caso Pretti e le dichiarazioni successive dell’amministrazione hanno spinto aziende e istituzioni locali a rompere il silenzio.

La reazione delle imprese del Minnesota

Domenica, all’indomani dell’uccisione del giovane infermiere che lavorava con i veterani, è arrivata una presa di posizione senza precedenti. Sessanta tra le principali aziende dello Stato, insieme ad alcuni importanti marchi sportivi professionistici, hanno sottoscritto un messaggio collettivo indirizzato alla Casa Bianca attraverso la Camera di Commercio del Minnesota.

Tra i firmatari figurano gruppi di primo piano come 3M, Target, Best Buy, UnitedHealth Group, General Mills, Cargill, U.S. Bancorp, Medtronic e Mayo Clinic, oltre alle principali squadre sportive locali. Un’iniziativa studiata per ridurre il rischio di ritorsioni individuali e, allo stesso tempo, per rendere chiara la posizione del tessuto produttivo dello Stato.

Il messaggio è stato diretto: secondo le imprese, la presenza e le modalità operative dell’Ice stanno creando un clima insostenibile per lavoratori e aziende. Una posizione che riflette anche il malcontento di migliaia di dipendenti, già scesi in piazza nelle settimane precedenti contro gli arresti di colleghi e collaboratori.

Il caso Pretti e le accuse di “terrorismo interno”

A rendere ancora più esplosiva la situazione sono state le parole di Stephen Miller, consigliere per la sicurezza del presidente, che aveva definito Alex Pretti un “terrorista interno”. Una versione dei fatti che ha suscitato indignazione diffusa, anche perché le immagini dell’uomo ucciso a terra avevano fatto rapidamente il giro del mondo.

Secondo molti osservatori, è stato proprio questo scarto tra realtà documentata e narrazione ufficiale a spingere il mondo degli affari a intervenire, rompendo una consuetudine di prudenza durata mesi.

Il richiamo alle parole di Mark Carney

La reazione del Minnesota ha trovato un parallelo nelle recenti dichiarazioni del primo ministro canadese Mark Carney, che a Davos aveva invitato le “potenze medie” e gli attori più deboli a fare fronte comune contro il bullismo globale e l’uso indiscriminato della forza.

Carney aveva richiamato il concetto del “potere dei senza potere”, sottolineando come l’unione di soggetti apparentemente fragili possa creare un argine efficace agli abusi. Un messaggio che, alla luce degli eventi di Minneapolis, è apparso a molti quasi profetico.

Anche Wall Street prende posizione

Prima ancora della lettera delle aziende del Minnesota, un segnale era arrivato dal mondo finanziario. A Davos, l’amministratore delegato di JP Morgan Chase, Jamie Dimon, aveva criticato apertamente l’operato dell’Ice, parlando di scene inaccettabili e della mancanza di procedure adeguate.

Pochi giorni dopo, Trump aveva reagito denunciando Dimon e la sua banca per discriminazione e danni personali per 5 miliardi di dollari, confermando la tensione crescente tra la Casa Bianca e una parte dell’establishment economico.

La marcia indietro della Casa Bianca

Di fronte all’accumularsi delle critiche, Donald Trump ha iniziato a fare un passo indietro. La portavoce presidenziale ha preso le distanze dalle dichiarazioni di Stephen Miller su Pretti, affermando che il presidente non aveva mai definito il giovane un terrorista e annunciando un’inchiesta completa.

Nelle stesse ore è arrivata la rimozione dal Minnesota di Gregory Bovino, capo operativo dell’Ice diventato simbolo delle operazioni più contestate, insieme alla promessa di un progressivo ritiro delle unità federali dallo Stato. Alla Casa Bianca è stata inoltre convocata Kristin Noem, segretaria per la Sicurezza interna, per un incontro durato oltre due ore.

Colpisce l’assenza di Stephen Miller da questo vertice, mentre il nuovo responsabile delle operazioni Ice è stato individuato in Tom Homan, lo zar dei confini.

Un segnale politico che va oltre il Minnesota

La sequenza di decisioni rappresenta una delle rare inversioni di rotta della presidenza Trump, arrivata dopo le crescenti pressioni del Congresso, anche da parte di esponenti repubblicani, e dell’opinione pubblica.

Per molti analisti, quanto accaduto segna l’inizio di una resistenza più organizzata contro richieste considerate arbitrarie da parte di Washington. Dopo il passo indietro sulla Groenlandia e ora sul Minnesota, emerge l’idea che una pressione collettiva, se sostenuta da evidenti ingiustizie, possa ancora incidere sulle scelte del presidente. Un precedente che potrebbe pesare anche nei prossimi dossier, interni e internazionali.

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Ultimo Aggiornamento: 27/01/2026 09:49

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