Vai al contenuto

Torino, la guerriglia organizzata: chi sono i violenti che hanno incendiato la città

Pubblicato: 01/02/2026 08:21

Un poliziotto isolato, finito a terra, colpito a martellate da un gruppo di manifestanti con il volto coperto. È una delle immagini più crude della giornata di ieri a Torino e racconta meglio di qualunque slogan il livello di violenza raggiunto durante gli scontri seguiti alla manifestazione per lo sgombero dell’ex centro sociale Askatasuna. Un’aggressione mirata, rapida, portata a termine mentre attorno infuriava il caos, che ha segnato il punto di non ritorno di due ore di guerriglia urbana come la città non vedeva da anni.

A poche decine di metri dall’ex centro sociale, un tratto di corso Regina Margherita si è trasformato in un campo di battaglia: un furgone della polizia dato alle fiamme, agenti costretti a fuggire dai mezzi, lanci di bombe carta, fuochi d’artificio sparati ad altezza d’uomo, sassi di grandi dimensioni, martelli e assalti coordinati contro uomini in divisa e obiettivi simbolici. Non un’esplosione improvvisa di rabbia, ma un’azione pianificata, condotta da gruppi che sanno come muoversi, colpire e poi sparire.

Il corteo ufficiale, composto da circa 20mila manifestanti, è stato attraversato e in parte coperto da un nucleo compatto di black bloc, stimati in circa 700 persone, che ha preso la testa del serpentone. In prima linea si è mosso un gruppo agile, in parte su monopattini elettrici, incaricato di aprire varchi, testare le difese, attirare l’attenzione delle forze dell’ordine. Dietro, il blocco compatto: vestiti neri, volti coperti, movimenti rapidi, cambi di assetto continui. La polizia ha risposto con idranti e lacrimogeni, evitando lo scontro corpo a corpo. La battaglia è durata a lungo, con un chiaro obiettivo: tenere impegnati gli agenti su un fronte ristretto, logorarli, colpire e arretrare senza mai concedere un confronto diretto.

Il blocco nero tra mito e realtà

«Sono stranieri». È una delle frasi che circolano dopo ogni scontro di piazza. Ma anche a Torino la realtà è più complessa. I controlli preventivi effettuati nelle ore precedenti hanno fermato una decina di persone: negli zaini avevano giubbotti impermeabili, pantaloni tecnici, passamontagna, mascherine, collirio per neutralizzare l’effetto dei lacrimogeni. Alcuni dei fermati erano francesi, altri provenivano da diversi Paesi europei, ma la maggioranza del blocco era composta da italiani, molti dei quali già noti agli ambienti investigativi.

Il blocco nero non è un’organizzazione strutturata, non ha sedi ufficiali né gerarchie riconoscibili. È una modalità d’azione, che si forma alla bisogna e si scioglie subito dopo. Le regole sono poche e ripetute da decenni: anonimato totale, attacco alle forze dell’ordine, distruzione di simboli del “sistema”. L’acronimo Acab è il collante ideologico minimo, una sigla che azzera le differenze interne e giustifica la violenza contro ogni divisa.

A Torino, al termine degli scontri, il segno più evidente di questa strategia è rimasto nelle traverse di corso Regina Margherita: decine di vestiti neri abbandonati, guanti, giacche, pantaloni impermeabili della stessa marca. È una tecnica collaudata: cambiarsi rapidamente, disperdersi, confondersi con la movida, diventare invisibili. Chi fino a pochi minuti prima lanciava pietre e bombe carta si è mescolato ai passanti, senza saluti né rivendicazioni.

In questura la convinzione è chiara: la regia dell’assalto c’è stata. Mancano ancora i dettagli anagrafici completi, ma la strategia d’attacco appare riconducibile a soggetti già attivi in altre piazze italiane, legati a una galassia di centri sociali e collettivi antagonisti che si muovono da Nord a Sud seguendo le occasioni di scontro.

Armi, simboli e ideologia dell’insurrezione

Le pietre sono una costante di ogni scontro di piazza. I fuochi d’artificio sparati con tubi per aumentarne gittata e potenza sono invece una firma più recente, riconducibile all’insurrezionalismo anarchico. Ma a Torino c’era qualcosa di più. Gli agenti hanno sequestrato chiavi inglesi di grosse dimensioni, utilizzate come armi contundenti, e soprattutto scudi.

Non scudi improvvisati, ma vere e proprie lastre di metallo, spesse alcuni millimetri, con manici rivettati sul retro. Oggetti pesanti, difficili da trasportare senza una preparazione logistica. Sulla parte esterna, un simbolo ricorrente: la stella rossa con la saetta nera, marchio ideologico che racconta un universo preciso, fatto di anarchia, rifiuto dell’autorità, culto dello scontro diretto.

Intorno a questi simboli ruotano sigle effimere, associazioni e gruppi che nascono e muoiono nel giro di pochi mesi, o che riemergono improvvisamente dopo anni di silenzio. Non hanno bisogno di continuità formale: ciò che conta è la riproducibilità del conflitto, la capacità di trasformare una manifestazione in un terreno di scontro.

Il caso Torino, in questo senso, non è un’anomalia ma un modello. La protesta per lo sgombero di Askatasuna è stata il pretesto, non la causa. La violenza è stata esercitata come linguaggio politico autonomo, svincolato dagli obiettivi dichiarati del corteo. Un messaggio rivolto allo Stato, alle istituzioni, ma anche alla città stessa: la dimostrazione che esiste una minoranza organizzata capace di imporre il caos, colpire e scomparire.

Continua a leggere su TheSocialPost.it

Hai scelto di non accettare i cookie

Tuttavia, la pubblicità mirata è un modo per sostenere il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirvi ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, sarai in grado di accedere ai contenuti e alle funzioni gratuite offerte dal nostro sito.

oppure