
La Guardia costiera parla ufficialmente di 380 dispersi, ma secondo le ong il bilancio potrebbe essere molto più drammatico: almeno mille persone sarebbero scomparse nel Mediterraneo centrale durante i giorni del ciclone Harry, senza mai raggiungere l’altra sponda.
“Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo questa rotta, mentre i governi di Italia e Malta tacciono”, denuncia Laura Marmorale di Mediterranea Saving Humans, citando le testimonianze raccolte da Refugees in Libya, rete di supporto per rifugiati e richiedenti asilo.
Secondo gli attivisti, sarebbero almeno 29 i barchini partiti dalla Tunisia, molti dei quali in ferro, le cosiddette “bare galleggianti”, estremamente instabili anche con mare calmo. Solo uno è riuscito a tornare indietro e uno ad arrivare a Lampedusa, dopo aver affrontato onde altissime che hanno causato la morte di due gemelline di poco più di un anno e di un giovane poco dopo lo sbarco.

Le partenze sarebbero avvenute in modo sistematico e ravvicinato. Un trafficante noto come Mohamed “Mauritania” avrebbe fatto salpare cinque barchini con 50-55 persone ciascuno. Altri convogli sono partiti da diversi chilometri della costa tra Sfax e i dintorni, molti dei quali scomparsi nel nulla.
Solo un’imbarcazione, partita dal chilometro 30, è stata soccorsa nei pressi di Lampedusa da Guardia costiera e Guardia di Finanza. Un altro barchino è rientrato a riva con i sopravvissuti trovati sotto shock negli uliveti tunisini, che hanno raccontato di barche capovolte e decine di corpi tra le onde.
A testimoniare la strage è anche Ramadan Konte, giovane della Sierra Leone, unico sopravvissuto di un barchino partito da Sfax con 47 persone a bordo, tra cui suo fratello, la cognata e il nipote. È stato salvato dal mercantile Star, dopo oltre 24 ore aggrappato a un relitto, circondato da cadaveri.

Finora sono stati recuperati pochi corpi: una dozzina dalle autorità maltesi e uno dalla nave Ocean Viking di SOS Méditerranée, che ha riportato la salma di una donna a Siracusa per garantirle una sepoltura dignitosa. “Dietro i numeri ci sono persone, famiglie, storie”, sottolinea l’ong.
Sulla sponda sud del Mediterraneo resta l’attesa straziante. Familiari e amici cercano notizie, spesso invano. Il medico e attivista Ibrahim, in Tunisia, ha cinque parenti dispersi, mentre di un noto attivista nigeriano per i diritti umani non si ha più alcuna traccia.
Secondo Refugees in Libya, le partenze sarebbero state accelerate dopo i raid della Guardia nazionale tunisina negli accampamenti informali. “Non abbiamo conferme ufficiali sul numero di mille dispersi, ma le testimonianze sono inequivocabili”, affermano. Mediterranea conclude con un’accusa durissima: “Il silenzio dei governi è agghiacciante. Queste morti si potevano evitare. Il Mediterraneo non può continuare a essere un mare di vergogna”.


