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Torino, parla il poliziotto che ha salvato il collega: “Volevano farci fuori”

Pubblicato: 02/02/2026 07:18

Di fronte alla violenza cieca di Torino, resta l’immagine di un abbraccio che sa di eroismo quotidiano. Storia di due poliziotti che hanno guardato in faccia il peggio, salvandosi a vicenda.

Camminano lungo i corridoi dell’ospedale Molinette con il passo pesante di chi è sopravvissuto a una tempesta. Alessandro Calista e Lorenzo Virgulti non sembrano solo due poliziotti feriti; sembrano figure uscite da un’epica antica, ammaccati ma solenni. Tra il camice bianco dei medici e le divise ancora sporche di sangue, i due colleghi della Mobile di Padova cercano i piccoli gesti del ritorno alla vita: un caffè alla macchinetta, una sigaretta all’aria aperta, il calore di una normalità che per pochi, infiniti minuti è parsa perduta.

L’agguato e la “Pietà” in divisa

I fatti di Torino raccontano di una guerriglia urbana che è andata oltre ogni previsione. “Era un agguato, volevano farci fuori”, confessa Alessandro. Le immagini che hanno fatto il giro del web sono inequivocabili: dieci contro uno, poi dieci contro due. Calci, pugni e quelle martellate che hanno rischiato di trasformare un servizio di ordine pubblico in una tragedia irreparabile.

In quel caos, è nata un’immagine che l’Italia non dimenticherà facilmente: Lorenzo che fa scudo col proprio corpo ad Alessandro, già a terra, privo di casco e maschera antigas (rubati dagli aggressori). Una “Pietà” moderna, dove il salvatore accoglie il ferito in un abbraccio protettivo sotto una pioggia di colpi. “Non potevo lasciarlo morire lì”, dice Lorenzo con la semplicità di chi non si sente un eroe, nonostante le costole rotte e il collare cervicale.

Vite in trasferta, cuori a casa

Alessandro, 29 anni, pescarese, ha la mente rivolta alla moglie e al figlio piccolo. Per lui la prognosi è di 20 giorni, ma il segno psicologico di quell’isolamento nel cuore degli scontri richiederà più tempo. Lorenzo, 28 anni, ascolano, è il ritratto della generosità che il suo sindaco, Marco Fioravanti, descrive come un tratto distintivo sin da ragazzino.

Entrambi rappresentano quella generazione di “vite grame e pericolose” che attraversano l’Italia per servire lo Stato, trovandosi spesso in prima linea contro nemici addestrati alla tattica militare. Eppure, nonostante la stazza da “uomini massicci”, nei loro occhi brilla una luce di sbigottimento, la stessa dei bambini che si scontrano con la ferocia inspiegabile del mondo adulto.

Le domande aperte

Mentre la politica si stringe attorno a loro – con la visita della Premier Giorgia Meloni che ha esortato Alessandro a “essere forte” – restano i nodi critici di una giornata di follia. Com’è stato possibile che degli agenti si siano ritrovati così isolati? Perché la resistenza degli antagonisti è durata tre ore senza cedere un metro?

“Forse più avanti spiegherò meglio, ora non è il momento”, taglia corto Alessandro. Per ora, parla la sua avvocata, che chiederà la contestazione del reato di tentato omicidio.

Il ritorno a casa

L’articolo della loro battaglia si chiude con un sorriso amaro e la consapevolezza di un legame che va oltre il regolamento. Se ne vanno dalle Molinette quasi insieme: 30 giorni di prognosi per Lorenzo, 20 per Alessandro. Se ne vanno con la fierezza di chi ha fatto il proprio dovere e la fortuna immensa di aver avuto, nel momento più buio, un fratello pronto a prendersi i colpi al posto tuo.

L’Italia si commuove davanti a loro perché, in un tempo di divisioni, Alessandro e Lorenzo ci ricordano cosa significa, nel senso più nobile e fisico del termine, essere “Fratelli d’Italia”.


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